17 gennaio 2014

E' solo acqua sporca con bicarbonato e ghiaccio!


Nel 2007,anno ipotizzato come inizio della crisi,almeno nella sua forma finanziaria,  il tasso di disoccupazione italiano era al 6,1%. La percentuale dei giovani senza lavoro era del 20,3%, un po’ più del 6% . Quelle cifre sono diventate lo scorso novembre, rispettivamente, 12,7%, 41,6% e 11%. Più o meno il doppio in meno di 6 anni. 

ll mercato del lavoro nel 2007 era segmentato, iniquo, escludente (la legge Biagi che inasprisce e acuisce le forme di precariato nella sua precedente versione della legge Treu, è del 2003); ma di pieno, più o meno, impiego, rispetto all'oggi. 
Come valutare quello di oggi? 
Il raddoppiare delle statistiche della disoccupazione non è causato da una supposta rigidità del mercato del lavoro non più presente fin dal 2007, ma dalla recessione.
La disoccupazione oggi è per mancanza di domanda aggregata di beni e servizi è insistere come hanno fatto tutti gli interventi legislativi e il nuovo ( vecchio per ideologia) Jobs Act è sulla stessa linea. 
Tesi ad  abbassare i costi espliciti e impliciti (di licenziamento) del lavoro e che possano consentire di raggiungere, al massimo migliorare, il ricambio nei flussi di entrata e uscita nel mercato del lavoro, agevolando anche una dispersione della risorsa umana (esperienza, professionalità, produttività). Ma non riescono a ridurre il livello complessivo della disoccupazione che dipende dallo stato dell’economia.

Ma rimaniamo sulle sbandierate apologie e crediamo per un attimo alle balle che i mass media ci raccontano. Una supposta crescita o ripresa ( nel 2014 ? eh eh eh eh ) conti alla mano significativa della domanda aggregata per poter riassorbire la disoccupazione, dovrebbe avere un PIL che crescesse del 2-2,5% all'anno sin dal 2014 e per almeno un quinquennio. 
Ma non basta! 
Questo ritmo di crescita potrebbe essere possibile solo immaginando il ridisegno dei vincoli europei per l’intero periodo del Fiscal Compact, oppure,  ridistribuendo in misura significativa risorse a favore delle persone (disoccupate, povere, a rischio di povertà) a elevata propensione ai consumi.
 Investimenti , che non possano che essere pubblici, consistenti e duraturi nel tempo!
In termini macroeconomici l'attuale natura della disoccupazione italiana è del tipo strutturale. Cioè è disoccupazione resistente alla crisi del ciclo economico e sotto la cui soglia si può andare , ma solo se si crea inflazione nel breve periodo. Cioè iniezione di danaro pubblico a supporto e per stimolare la domanda aggregata. 
E non basterebbe!
Per poter reinserire un giovane con almeno un anno di disoccupazione o di assenza dal lavoro occorrerebbe efficienti politiche di formazione, riorientamento e inserimento nelle imprese in espansione, qualunque sia il settore in cui si trovano le imprese di successo. Non basterebbero quindi politiche di supporto alla domanda aggregata se non accompagnate da politiche di welfare e di formazione e di acculturamento per poter adeguare la richiesta eventuale di impresa con l'offerta nel campo lavorativo. Quindi investimenti pubblici nella scuola, nell'università , nei master e nei corsi di formazione e di acculturamento. Ricominciare là dove ci siamo fermati. Dalla scuola , dalle università e in parallelo sul fronte della domanda di beni e servizi

Da questi dati e ragionamenti risulta evidente l'abisso che vi è tra quel che serve per un vero intervento a favore del lavoro e quello che si accingono ad approvare pomposamente chiamato Jobs Act. 
E' solo acqua sporca rinfrescata con un po di bicarbonato e ghiaccio.