24 marzo 2009

Le diseguaglianze alla radice del crack

Continuo con la pubblicazioni di economisti e no che fanno una analisi spietata e nello stesso tempo scientifica ( a mio parere) dell'origine della crisi , di quest'ultima crisi del capitalismo.
Molti sono i mascheramenti e i veli che vogliono calare sulla crisi in atto, la colpa di quattro gatti criminali di manager, le politiche assatanate di quattro banchieri assetati di sangue, oppure il continuo minimizzare le conseguenze della crisi. Così si và dall "ha dà passà a nuttata" , all'incitamento all' ottimismo con conseguente sprono al consumo. I Bond, gl swap, i derivati, i future tutti strumenti che hanno un unico comun denominatore, che partono da una unica base e che arrivano tutti ad un identico obbiettivo
Questo articolo che pubblico oggi è di Giuseppe Travaglini Professore Associato di Economia Politica presso Facoltà di Economia di Urbino. Competenza scientifica nell’ambito della Teoria macroeconomica e microeconomica, e della economia finanziaria. In particolare, i contributi di G.T. hanno toccato sia gli aspetti di natura teorica della Teoria dell’Investimento (reale e finanziario), in contesti dinamici e in condizioni sia di incertezza che certezza, che quelli di natura empirica (verifiche quantitative e indagini campionarie), con particolare attenzione alla dinamica dell’economia Italiana. Il suo interesse di ricerca è ora nello studio della interrelazione tra crescita economica (endogena), decisioni di investimento reale e performance del mercato del lavoro.


Squilibri commerciali e distribuzione del reddito: ecco dove guardare per comprendere le cause reali della crisi finanziaria. E per cercare soluzioni nuove

Nel dibattito sull'attuale situazione economica internazionale ci si interroga spesso sulle cause prime della recessione. Elementi di natura finanziaria e reale si intrecciano, difatti, così fittamente da rendere difficoltoso il tentativo di dipanare e ordinare i fattori economici e istituzionali che alimentano il domino della crisi mondiale.

Tanto che la difficoltà di sciogliere il nodo della relazione tra crisi finanziaria e reale si è manifestata in un iniziale immobilismo e nella successiva indecisione dei governi di scegliere il capo della corda da cui risalire la crisi, come se vi fosse il dubbio sulle cause alla base della recessione, siano esse di natura finanziaria piuttosto che reale. In questa prospettiva, oggi è divenuto più chiaro che, al di là del disordinato e spesso truffaldino operare dei mercati finanziari dell'ultimo decennio, alcune responsabilità nel manifestarsi della crisi sono di natura reale e riconducibili essenzialmente a due fenomeni: (1) il crescente squilibrio tra i disavanzi del conto corrente delle bilance dei pagamenti, che lega i paesi economicamente avanzati a quelli di nuova industrializzazione o produttori di petrolio; (2) il mutamento della distribuzione del reddito a scapito del lavoro, che ha agito da detonatore dei processi di indebitamento.

Guardiamo più da vicino a cosa è accaduto nelle maggiori economie mondiali tra il 1996 ed il 2008. Negli Stati Uniti il deficit commerciale è cresciuto enormemente fino a raggiungere la soglia del 4.5% del Pil. Una dinamica simile si è registrata nelle principali economie europee ed extra europee, ad eccezione della Germania. A livello mondiale il valore aggregato dei deficit deve essere esattamente compensato dagli avanzi commerciali dei restanti paesi. Così non sorprende che all'emergere di questo disavanzo commerciale abbia fatto da contraltare l'avanzo dei paesi esportatori di petrolio e di nuova industrializzazione come la Cina e l'India. E' invece sorprendente il fatto che il risparmio si sia generato nelle economie emergenti in misura tale da far parlare il governatore della Fed Ben Bernanke di un vero e proprio Saving Glut (eccesso di risparmio).

Qual è stata la conseguenza di questa offerta di risparmio per i flussi internazionali di capitale? La contabilità nazionale insegna che il saldo delle partite correnti è necessariamente identico alla differenza tra il risparmio e gli investimenti nazionali. Ad ogni deficit commerciale corrisponde quindi un eccesso d'investimento sul risparmio nazionale. Così, il crescente risparmio dei paesi emergenti è entrato nel circuito internazionale finanziando l'investimento dei paesi industriali con disavanzo commerciale, che sono divenuti contemporaneamente importatori netti di merci e di risparmio. Questo fenomeno ha avuto una dimensione non paragonabile a quella dei decenni precedenti, anche facilitato dalla liberalizzazione dei movimenti di capitale a livello internazionale. La conseguenza è stata l'accumulo di un debito netto notevole verso l'estero nelle economie avanzate, e la formazione di un eccesso di risparmio globale associato a bassi tassi di interesse di lungo periodo. Così negli ultimi quindici anni è diminuito il risparmio nazionale nei paesi economicamente avanzati, con una conseguente esposizione in termini di indebitamento verso il resto del mondo.

Il disequilibrio esterno delle partite correnti si è riflesso in un corrispondente squilibrio finanziario interno. Se, per esempio, guardiamo all'Italia, la controparte del disavanzo commerciale è stata il deficit pubblico a cui si è affiancato quello crescente delle imprese. Le famiglie italiane invece detengono ancora oggi ricchezza netta, anche se in diminuzione rispetto agli anni precedenti. Nell'ultimo decennio infatti la caratteristica più saliente è stata una dinamica dei consumi delle famiglie superiore a quella del reddito disponibile, che è progredito con grande lentezza, sicché il risparmio si è costantemente ridotto. La diminuzione della quota del risparmio è stata inoltre accompagnata dal crescente indebitamento per sostenere i consumi.

Per riassumere. Sovrabbondanza di risparmio nei paesi emergenti, e sua asimmetrica distribuzione a livello mondiale, diminuzione della propensione al risparmio nelle economie industrializzate, e crescente indebitamento strutturale delle stesse hanno caratterizzato il quindicennio appena trascorso. Oggi, il superamento della crisi, oltre alla ridefinizione di "regole" internazionali, richiede il riequilibrio dei bilanci (pubblici e privati) con leva finanziaria è elevata. Tuttavia, la riduzione dell'indebitamento nasconde un paradosso. Essa implica un riequilibrio tra risparmio e consumi che nel breve periodo può aggravare la recessione perché un risparmio crescente contribuisce a deprimere il consumo e gli investimenti, avvilendo ulteriormente la produzione e l'occupazione. L'apparente assurdità di voler superare la crisi sostenendo i consumi risiede nel timore di cadere nel "paradosso della parsimonia" secondo cui un aumento del risparmio nel breve periodo può portare ad una minore crescita della produzione.

A questo fenomeno se ne aggiunge un secondo. Il consumo non dipende solamente dal reddito corrente, ma anche dalla ricchezza e dalle aspettative sul reddito futuro. La prima è in contrazione per la caduta dei valori di borsa e di quelli immobiliari, e tende perciò a deprimere il consumo. La seconda riguarda le aspettative sui redditi presenti e futuri sull'arco di una vita. Qualunque cambiamento che riduce in maniera permanente i redditi attesi futuri ha l'effetto di abbassare la domanda aggregata corrente. Inoltre, poiché anche l'investimento delle imprese dipende dai profitti attesi, se esse anticipano una recessione prolungata dei consumi si riduce l'accumulazione, con addizionali effetti negativi su produzione e occupazione. Oggi, la domanda aggregata non può essere alimentata da indebitamento aggiuntivo. D'altra parte, la formazione di nuovo risparmio privato avrebbe effetti recessivi nel breve periodo. I consumi devono perciò essere sostenuti dalla crescita del reddito disponibile, che nelle attuali condizioni economiche può derivare da uno spostamento della distribuzione del reddito a favore del lavoro.

Per affrontare quest'ultimo punto, è bene partire dall'osservazione che negli ultimi quindici anni si è registrato a livello mondiale uno spostamento della distribuzione dai redditi dal lavoro ai profitti. Se misuriamo la quota del prodotto nazionale che va ai redditi da lavoro si osserva un evidente declino dagli inizi degli anni Novanta ad oggi in tutte le economie avanzate. In Italia lo spostamento negli ultimi dieci anni è stato particolarmente evidente (8 punti di Pil pari a circa 120 miliardi dalle retribuzioni ai profitti), ma è comune a tutti i paesi dell'Europa a 27. Gli Stati Uniti, il Giappone, l'Australia e il Canada sperimentano un'evoluzione simile; in Francia e nel Regno Unito la distribuzione si è mantenuta inizialmente stabile, per cambiare a svantaggio del lavoro negli ultimi anni. Naturalmente, la riduzione della quota dei redditi da lavoro sul prodotto nazionale implica l'aumento corrispondente della quota del reddito nazionale a favore dei profitti.
L'aspetto controverso di questo mutamento è che esso è avvenuto in un'epoca in cui i tassi di attività e di occupazione sono tornati a crescere dopo il decennio Ottanta di diffusa disoccupazione. In Italia il tasso di occupazione è cresciuto a ritmi sostenuti. Tra il 1995 e il 2008 si sono creati tre milioni e mezzo di posti di lavoro. La crescita dell'occupazione è conseguenza diretta della moderazione salariale e delle riforme del mercato del lavoro varate a livello comunitario e nazionale che hanno accresciuto la flessibilità del rapporto lavorativo. Oggi in Italia sono più che raddoppiate le posizioni temporanee: alla fine del 2008 l'insieme dei lavoratori a termine, interinali e a progetto sfiorava i tre milioni. E poiché per circa il 90 per cento di questi lavoratori il contratto è temporaneo con scadenza entro un anno, essi sono esposti ad un rischio particolare in quanto la loro posizione lavorativa ha natura prociclica.

Il successo delle riforme del mercato del non è stato dunque completo. Infatti, l'aumento dei livelli occupazionali è avvenuto attraverso l'utilizzo di forme contrattuali transitorie, ed a questi nuovi posti di lavoro non è corrisposto il parallelo sviluppo della produttività e delle retribuzioni. Questo fatto è comune a tutte le economie avanzate, ma è particolarmente evidente in quelle europee. Vale la pena di rilevare che questo risultato dipende in maniera determinante dal modo in cui la flessibilità del mercato del lavoro è stata interpretata delle imprese ai fini dell'accumulazione di capitale e del progresso tecnologico. La scomposizione della produttività del lavoro nelle sue due componenti legate al progresso tecnico e all'accumulazione per occupato testimonia che questo rallentamento è dovuto al minore contributo del capitale per lavoratore e alla frenata del progresso tecnologico. In altri termini, la crescita della produzione è stata in gran parte trainata da quella occupazionale piuttosto che dall'accumulazione e dalla tecnologia.

Se ne può dedurre qualcosa circa le conseguenze della maggiore flessibilità e della globalizzazione del mercato del lavoro sulla crescita e sulla distribuzione del reddito? E' sovente sostenuto che ad una maggiore flessibilità del lavoro corrisponda un'occupazione più produttiva che consente alle imprese di allocare in maniera efficiente il lavoro attraverso l'innovazione del capitale e delle tecnologie. I fatti appena ricordati ci dicono però che le cose sono andate in maniera diversa. Essi suggeriscono che la maggiore occupazione è stata indirizzata verso produzioni ad alta intensità di lavoro, a cui è corrisposta una bassa produttività e un minore progresso tecnologico. In altre parole, l'accumulazione di capitale è stata prevalente nei settori tradizionali con ridotto valore aggiunto, bassa produttività e scarsa competitività internazionale.
Insomma, la deregolamentazione del mercato del lavoro, unita alla rimozione di barriere al libero movimento internazionale dei capitali, e al mutamento tecnologico ha finito per schiacciare i redditi da lavoro nei paesi avanzati. La competizione internazionale tra aree economiche è avvenuta sul costo del lavoro, e la mobilità dei capitali e dei flussi finanziari ha richiesto una forte moderazione salariale nei paesi economicamente avanzati per trattenere le attività produttive al suo interno. Oltre ciò, la riduzione del prezzo relativo tra lavoro e capitale ha trattenuto le imprese nei settori produttivi ad alta intensità di lavoro. L'effetto ultimo è stato quello di ridurre le capacità di crescita potenziale dell'economia con riflessi negativi sul prodotto procapite, sulla produttività e sulle retribuzioni. Ne è seguito il cambiamento della distribuzione del reddito a danno del lavoro, e, un crescente indebitamento interno delle economie avanzate che è andato di pari passo con il maggiore indebitamento esterno per sostenere la domanda aggregata.

A quale conclusione arriviamo? Dai primi anni Novanta la deregolamentazione dei mercati del capitale e del lavoro ha diminuito il potere di mercato dei lavoratori con l'effetto di abbassare il loro "salario di riserva". L'occupazione è cresciuta, mentre rallentava la dinamica delle retribuzioni. Il contributo dei redditi da lavoro alla crescita dei consumi è stato modesto, e accompagnato dal crescente indebitamento. Ma i mali non vengono mai da soli, e la ricomposizione dell'occupazione verso i settori produttivi con ridotto valore aggiunto, ha avvilito la produttività e l'accumulazione con una conseguente riduzione del rapporto capitale-lavoro, pur accrescendo la quota dei profitti. Oggi, le decisioni di spesa incorporano le attese pessimistiche circa gli andamenti futuri dei redditi. La recessione in corso e gli alti livelli di indebitamento lasciano dubitare sulla possibilità di rilanciare a breve la crescita.
La crisi attuale ha dunque radici reali e finanziarie. Su quelle finanziarie si è già scritto molto. Sulle cause reali la riflessione è ancora in corso. Qui abbiamo indicato una possibile interpretazione. La crescita degli anni Novanta è stata realizzata nelle economie avanzate importando risorse reali e finanziarie dall'estero; è stata accompagnata dallo spostamento nella distribuzione del reddito; è stata sostenuta dalla deregolamentazione del mercato internazionale dei capitali e del lavoro; è stata "gonfiata" dall'indebitamento; infine, è stata spazzata via dallo scoppio della bolla finanziaria che ha reso instabile il sistema economico mondiale.

Guardiamo ancora ai fenomeni reali. Da una parte ci sono i paesi emergenti con avanzo commerciale e risparmio netto positivo. E' auspicabile (anche se poco credibile) un riequilibrio esterno attraverso l'impiego delle risorse reali e finanziarie a loro disposizione che rientrano nel circuito degli scambi internazionali. La domanda così finanziata potrebbe contribuire al riequilibrio dei Global Imbalances riducendo l'indebitamento nelle economie avanzate in un contesto di domanda aggregata espansiva. La maggiore richiesta di merci dall'estero avrebbe l'effetto di sostenere la domanda nelle economie avanzate, dando fiato alla produzione e agli investimenti e riequilibrando i saldi finanziari esteri.
Alcune difficoltà naturalmente permangono. Per esempio, nel regime monetario dell'euro i meccanismi di riequilibrio sono complicati. Oggi i paesi aderenti alla moneta unica registrano un deficit nelle partite correnti, tranne la Germania; ma il saldo consolidato di tutti questi paesi è positivo. Così mentre il deprezzamento del tasso di cambio sarebbe la naturale conseguenza dei deficit, con vantaggio per le merci europee che diventerebbero relativamente meno costose rispetto a quelle estere a parità di prezzi, si assiste ad un apprezzamento della valuta europea con crescenti difficoltà per le iniziative commerciali e la competitività dei paesi come l'Italia.

Ovviamente, il processo di riequilibrio esterno richiede anche un riequilibrio interno del reddito nazionale a favore del lavoro. Tuttavia, in un sistema economico aperto agli scambi internazionali non circolano solo le merci, ma anche i fattori produttivi. E anche se uno di questi ha una mobilità relativamente bassa vi sarà la tendenza ad omogeneizzare la sua retribuzione a livello mondiale. E' questo il caso del costo del lavoro che risente direttamente della globalizzazione del mercato del lavoro, e indirettamente della crescente mobilità dei capitali. Così, il riequilibrio nella distribuzione del reddito a favore del lavoro richiede un nuovo "patto sociale" che non può limitarsi alle singole economie, ma che deve essere disegnato a livello internazionale con un coordinamento delle politiche dei redditi, pena il fallimento di ogni tentativo.
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