8 marzo 2009

Perché Berlusconi boccia la proposta di dare un assegno di disoccupazione ai precari licenziati

Scritto da Francesco Fumarola   
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Perché Berlusconi boccia la proposta del Segretario PD Franceschini di offrire un assegno di disoccupazione ai lavoratori licenziati?

Perché Berlusconi, da Padrone, non l’accetta offrendo così ai simili suoi, sopra un piatto d’argento, la “licenza di licenziare”? Perché, da Capitalista, non vuole prendere in considerazione l’idea che i dipendenti “godrebbero dell’indennità e continuerebbero a lavorare in nero”?

Forse dobbiamo davvero credere che esista un’etica nel (del)Capitale? La riposta naturalmente è "No", perché profitto ed etica, da sempre, fanno a cazzotti. Ma allora come si spiega questa mossa apparentemente anticlassista? E soprattutto, quale insegnamento dobbiamo trarne?

La prima questione, per così dire “tecnica”, è capire perché il massimo rappresentante politico dei capitalisti italiani abbia opposto il suo rifiuto ad una proposta favorevole alla classe dei padroni. Proviamo a capirci qualcosa. Noi sappiamo come uno Stato a capitalismo avanzato, com'è quello italiano, se intende mantenere invariati i margini di profitto della classe dominante senza collassare su se stesso, deve poter permettere il reinvestimento delle ricchezze patrimoniali e finanziarie dei padroni continuando a spolpare i lavoratori per le sue normali esigenze funzionali di base (seppure sia tuttora in corso un’ampia privatizzazione dei servizi al cittadino, ad oggi non è ancora pensabile, pena un conflitto sociale difficilmente controllabile dal regime, non garantire più i livelli minimi di assistenza pubblica scolastica, sanitaria, ecc.).

E’ perciò un’ovvietà il fatto che, dovendo Berlusconi lavorare per mantenere costante o per alzare addirittura i margini di profitto dei padroni, debba fare esclusivamente leva sull’imposizione fiscale di massa, spremendola laddove sta il maggior bacino di forza-lavoro (i lavoratori dipendenti, appunto, tra l’altro a gettito “sicuro” per via delle trattenute alla fonte). La seconda questione, una sorta di semplice corollario di tipo “etico”, è strettamente dipendente dalla prima (“tecnica”) e smonta la convinzione che la decisione di Berlusconi sia stata dettata da zelo moralista o moralizzatore.

Nella scelta del Presidente del Consiglio c’è solo il tornaconto della sua “realpolitik”, sepolta sotto cumuli di dichiarazioni da “buon padre di famiglia”. Anzi, Berlusconi, quando parla della mossa di Franceschini come di quella che garantisce la “licenza di licenziare”, riferendosi ad essa chiaramente in chiave epidemica (e quindi di sistema), non fa altro che confermare quanto i marxisti hanno sempre saputo: ossia che il capitalista, per la missione che sceglie di svolgere, fa profitto, ossia “approfitta”, deruba di fatto il lavoratore (che viene tenuto in vita semplicemente per garantire una condizione di ricreazione di forza-lavoro).

E tutto ciò fatto, il Padrone è ancora mortificato perché questo suo movimento fraudolento è costretto a compierlo nell’ambito di un quadro formale di norme garantite (quelle poche che ancora rimangono in piedi e che sono frutto della lotte operaie del passato): tant’è che Confindustria e parenti stretti, da sempre provano ad indebolire la legislazione giuslavorista vigente se non a cancellarla del tutto. La cancellazione totale delle regole di tutela dei proletari è formalmente la condizione più favorevole al padrone, permettendogli di spremere forza-lavoro al nero e di massimizzare i suoi profitti. Solo sulla carta però, perché una condizione limite del genere, come sa bene anche Berlusconi,per essere attuata (facendo tornare le lancette del diritto indietro di almeno centocinquant’anni) ha bisogno di due elementi imprescindibili l’uno dall’altro: lo scardinamento totale del diritto del lavoro per quanto riguarda il regime delle tutele garantite e la conclusione integrale del processo di privatizzazione di tutti i servizi pubblici.

Senza il primo ma con il secondo non ci sarebbe la massimizzazione dei profitti in quanto una quota di questi andrebbe, tanto per fare un solo esempio, in imposte erariali di non poco conto. Con il primo ma senza il secondo, avremmo una situazione simile a quella attuale, dove è comunque lo Stato a garantire una quota dei servizi essenziali .

E’ del tutto evidente che, in tempi brevi, questa trasformazione in senso reazionario richiederebbe un quanto di energia eccessivamente alto (basti pensare a quanto forte sarebbe il conflitto sociale che si scatenerebbe a seguito di politiche che combinassero scardinamento totale del diritto del lavoro ed integrale privatizzazione dei servizi).

La strada prescelta dal Governo Berlusconi è per sua natura intermedia: riduzione dei margini di diritto del lavoro, anche costituzionalmente garantiti (l’esempio dell’accordo separato come prima tappa verso il contratto individuale “cucito su misura” sulla pelle del lavoratore), e progressiva privatizzazione dei beni comuni.

E’ in questo senso che Berlusconi non può accettare la proposta Franceschini che, come si vede, è piena di ethos ma povera di concretezza pratica. Dal nostro punto di vista la risposta non può che essere cercata dentro un conflitto sociale e politico di classe che produca un ribaltamento storico, garantendo ai produttori della ricchezza sociale, i proletari, in Italia come nel mondo, il controllo su tutti mezzi di produzione.

Francesco Fumarola, 8 Marzo 2009

 
 
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