15 dicembre 2009

Gli effetti della crisi sull’Europa


di Andrea Fumagalli

Per analizzare gli effetti della crisi economica-finanziaria sull'Europa
è necessario partire da due considerazioni. La prima è che la
costruzione dell'unione economica è stata finora solo (volutamente)
parziale, essendo stata realizzata l'unione monetaria senza che ad essa
seguisse anche una politica comune a livello fiscale (se non come
vincolo di spesa), occupazionale, produttivo. La seconda è che tale
mancanza può risultare ininfluente finché ci si muove in un contesto di
stabilità finanziaria e crescita economica, ma risulta critica e
problematica quando si deve affrontare una situazione di crisi.
La costruzione dell'Unione monetaria europea aveva tra i suoi scopi
anche quello di proteggere i paesi dell'area dell'Euro dalle turbolenze
speculative dei mercati valutari, con l'obiettivo di costruire una
valuta forte in grado di costituire uno scudo contro eventuali crisi
finanziarie. In effetti, durante le crisi del 1996-97 e del 2000, la
presenza dell'euro ha impedito che la speculazione internazionale
potesse coalizzarsi in funzione anti-europea.
Ma nel momento stesso in cui a fine 2007 inizia la crisi finanziaria e
nella seconda metà del 2008 cominciano i primi segnali negativi
sull'economia reale, ci si comincia a rendere conto dell'inadeguatezza
della costruzione del'unione monetaria europea. La Bce è costretta dai
suoi compiti istituzionali a mantenere come unico target il tasso
d'inflazione al di sotto del 2% dopo l'impennata inflazionistica del
caro petrolio e dei generi alimentari nel corso dell'anno. Gli obblighi
"antisociali" e neoliberisti posti dal Trattato di Maastricht non
consentono alternative (ammesso che se ne fossero cercate). Siamo di
fronte ad un paradosso. A fine 2007 e inizio 2008, quando gli effetti
della crisi dei/ subprime/ non erano diventati ancora pervasivi pur
avendone evidenziato la pericolosità (e quindi con la possibilità di
intervenire in modo tempestivo, adeguato e riparatore), le autorità
monetaria europee sono ancora alle prese con l'onda lunga
dell'inflazione. Non immettono liquidità ne tantomeno operano una
riduzione dei tassi d'interesse. Sarà solo dopo l'estate 2008, nel
settembre nero del fallimento della Lehmann Brothers con gli indici di
borsa che hanno già bruciato quasi un terzo del loro valore e su
pressione della Federal Reserve, che cominciano in modo massiccio
iniezioni di liquidità e riduzione dei tassi. Ma è troppo tardi. Gli
effetti di tali politiche sono solo palliativi di fronte all'intensità
della crisi.
Oggi vediamo le conseguenze. Il Pil europeo è in decrescita del 4%
(l'Italia del 5,9%, peggior risultato dal 1945 a oggi). A fronte di tale
situazione, quale è stata la reazione europea? A livello comunitario,
nessuna: a livello nazionale, le più diversificate. Ha cominciato la
Gran Bretagna con il Piano Brown (nazionalizzazione della Northern Rock
e della Royal Bank of Scotland, piano di aiuti per il salvataggio delle
banche, aumento dell'aliquota fiscale per i super ricchi), ha continuato
la Germania, con l'immissione di liquidità per più di 50 miliardi di
euro, seguita a ruota dalla Spagna di Zapatero (piano triennale di 40
miliardi), quindi la Francia con il sostegno economico ai grandi gruppi
industriali francesi e politica fiscale di detassazione dei ricchi con
lo scopo di incentivare l'investimento (logica opposta a quella
inglese). A ciò si è aggiunta una forte iniezione di nuova moneta della
Bce in accordo con Tokio, Pechino e Washington. Il Financial Time ha
calcolato un esborso complessivo di circa 1840 miliardi di euro (2.500
miliardi di $), una cifra in linea con lo sforzo economico
dell'Amministrazione Obama (800 miliardi $ per il piano Paulsen e
iniezione di liquidità per cieca 1400 miliardi tramite la Fed) .
Tutto bene dunque? No, per vari motivi.
Il primo ha a che fare con il fatto che, se Obama può disporre anche di
una leva fiscale omogenea, l'Europa non è in grado di farlo, Non esiste
infatti una politica fiscale europea. Non esiste un budget europeo, né
una spesa pubblica europea, né un'omogeneità della tassazione. In altre
parole non è possibile predisporre una finanziaria europea, in grado di
contrastare gli effetti della crisi, come è invece possibile per
l'amministrazione Usa. Ogni nazione fa da sé, sulla base di una logica
nazionalistica e opportunistica, finalizzata in primo luogo a tappare
immediatamente i buchi per poi, in un secondo momento, attendere che
qualche altro stato europeo faccia una politica espansiva che sia da
traino (locomotiva) per se e per l'intera Europa. E' ovvio che sia
Francia che Germania si guardano bene dall'attuare politiche fiscale
espansive per paura che siano poi i paesi concorrenti a beneficiarne.
L'impasse che si è così generato deriva, dunque, dalla scelta politica
di costruire l'unione europea solo sul pilastro monetario: esito di una
logica monetarista e liberista che ha mostrato oggi tutto la sua miopia
e fallimento. Unica soluzione possibile, ma non a breve periodo, è la
creazione di una sovranità fiscale a livello europeo che bypassi gli
interessi nazionali. Una simile prospettiva, tuttavia, non sembra
rientrare nelle agende politiche presentate alle prossime elezioni europee.
Il secondo aspetto è che, in un tale quadro, l'unica politica europea
possibile è un coordinamento nel processo di regolamentazione dei
mercati finanziari. Le decisioni prese nell'ultimo summit dei G20 a
Londra a parole si sono mosse nella direzione di controllare e ridurre i
paradisi fiscali. Ma gli esiti pratici sono stati del tutto nulli. La
lista nera dei paradisi fiscali si è progressivamente ingrigita sino a
scomparire del tutto. Lo stesso Financial Stability Forum non sembra in
grado di incidere più di tanto. E non può essere altrimenti, visto che
le cause della crisi finanziarie non possono essere imputabili al
semplice malfunzionamento degli stessi mercati finanziari.
La terza questione riguarda proprio la natura sistemica-strutturale di
questa crisi, le cui cause principali sono da ricondurre prevalentemente
alla mancanza di una regolazione distributiva-salariale idonea alle
nuove forme di accumulazione e valorizzazione indotte dalla transizione
al capitalismo cognitivo-immateriale. Nessuno stato nazionale - sia esso
gli Usa o la Cina (figuriamoci i singoli stati europei) - è oggi in
grado di intervenire in modo autonomo su questo terreno. Al riguardo,
sarebbe auspicabile ripensare un intervento coordinato di politica
economica sovranazionale in grado di intervenire sul piano
dell'accumulazione e della distribuzione, tale da garantire, da un
lato, la valorizzazione della struttura produttiva, riconoscendo il suo
essere "produzione comune" (quindi a di là della dicotomia
pubblico-privato, verso il diritto del "comune") e, dall'altro,
l'introduzione di un /basic income/ come remunerazione di tale
produzione "comune". In altre parole, sarebbe necessario creare le
condizione politiche e istituzionali per l'istituzione di un "welfare
del comune".
Lo spazio comune europeo rappresenta oggi l'ambito migliore per
sperimentare simili vie di fuoriuscita dalla crisi in atto. Ma la
configurazione istituzionale e le governance politica che è nata dalla
costruzione economica dell'Unione europea negano questa prospettiva. La
crisi economica - finanziaria è così crisi del modello di Unione Europea
che le elites economiche dominanti hanno strumentalmente perseguito a
partire dagli anni '80.

Zag(c)
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