20 dicembre 2009

Il capitalismo invecchia? La chimera del governo globale.


La parola a Christian Marazzi
di Cosma Orsi

La crisi ha reso evidente il fatto che la politica è ostaggio del capitale finanziario. La possibilità di una risposta degli Stati nazionali è quindi limitata. Ma difficoltà sono emerse quando il
cosiddetto G20 ha provato a individuare misure adeguate alla radicalità della crisi, riuscendo alla fine a proporre strumenti che hanno rafforzato il processo di finanziarizzazione dell'attività economica.
Ma ciò che è emerso in questo ultimo anno è che la finanza è diventato il cuore del capitalismo contemporaneo. Si è giunti a questa situazione dopo che alla fine degli anni Ottanta il capitale ha puntato, riuscendovi, a produrre plusvalore e profitti non solo nell'attività produttiva in senso classico, ma anche nei settori della distribuzione e dellla circolazione. Ciò è stato reso possibile da due fattori: una privatizzazione dei servizi sociali e un cambiamento delle relazioni tra capitale e lavoro a favore delle imprese tanto nazionali che sovranazionali. L'unica possibilità di invertire tale tendenza può venire solo da forti movimenti sociali che chiedano un reddito garantito, in quanto riappropriazione di una ricchezza prodotta dal lavoro in tutte le sue forme. È questa la lettura della crisi che emerge in questa intervista che si aggiunge alla altre della serie «il capitalismo invecchia?».



Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una rispostapossono essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha
senso un confronto con la crisi del '29?



È da trent'anni ormai che assistiamo al susseguirsi di maggiori o minori
crisi finanziarie, più o meno una ogni tre anni, a dimostrazione che il
capitalismo si è ormai struturalmente finanziarizzato, cioè ha posto i
mercati finanziari al centro della sua stessa logica di funzionamento
mondiale. Questa crisi è «sistemica» perché è nata negli Stati Uniti,
svelando le contraddizioni (gli squilibri fondamentali) della
globalizzazione così come essa si è data a partire dagli anni Ottanta,
con il peso del debito pubblico e del debito commerciale statunitensi e
il ruolo della politica monetaria incentrata sul dollaro. È però anche
una crisi «congiunturale», se è vero che il capitalismo finanziario è
intrinsecamente instabile, terribilmente fragile, all'interno del quale
la privatizzazione del deficit spending di keynesiana memoria gioca un
ruolo fondamentale. Il confronto con la crisi del '29 serve soprattutto
per evidenziare le differenze tra un capitalismo fordista nascente,
quello degli anni Venti del Novecento, e un capitalismo finanziario,
quello odierno, per certi versi anch'esso nascente, nel senso che è
caratterizzato dalla pervasività delle dinamiche finanziarie e,
soprattutto, dalla sovrapposizione dell'economia finanziaria e di quella
reale.



Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la
probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream per
la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della storia
dell'analisi economica - e della storia in generale?



Il capitalismo finanziario è attraversato da contraddizioni formidabili,
oltretutto
contraddizioni che si dispiegano su scala globale e che in buona
sostanza rimandano al problema della realizzazione del plusvalore con
ricorso al deficit spending di mercato, ossia privato. Questa
metamorfosi rispetto al deficit spending pubblico, in cui gli Stati
giocavano un ruolo centrale nella determinazione della domanda
effettiva, è simmetrica ai cambiamenti nei modi di produrre plusvalore a
partire dalla fine degli anni Settanta, ossia la progressiva estensione
dei processi di valorizzazione alla sfera della circolazione, dello
scambio, insomma della riproduzione. Quello che è stato chiamato
«biocapitalismo», in cui le forme di vita e la vita stessa sono «messe
al lavoro», fino a trasformare il consumatore in produttore di beni e
servizi, è un capitalismo storicamente nuovo contrassegnato dalla crisi
della misura del valore e, quindi, dalla impossibilità strutturale di
governarlo a mezzo di regolazione. È questa natura del nuovo capitalismo
che mette fuori gioco gli economisti mainstream e i loro modelli
econometrici basati sull'ipotesi dell'efficienza dei mercati. Una
maggiore conoscenza storica delle trasformazioni del capitalismo
permetterebbe certamente di capire che questi cambiamenti riflettono,
sono indotti da una nuova composizione sociale del lavoro.


Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la libera e
frenetica
circolazione dei capitali (risultato delle liberalizzazioni e
deregolamentazioni della finanza) mina le basi stesse della democrazia
economica, cioè della democrazia stessa.
Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto
quello di regolatore del
mercato o dovrebbe spingersi più in la?



La politica, oggi, è certamente ostaggio della finanza, nel senso che
l'autonomia del politico è molto
ridotta, costretto come è ad inseguire le vicissitudini dei mercati
finanziari e gli effetti devastanti della finanziarizzazione sulle
grandezze ecomomiche e sociali. Basti pensare alla spesa pubblica
sociale, che subirà tagli pesantissimi a causa della crescita smisurata
del debito pubblico. Si può forse affermare che la finanziarizzazione
mina alle radici la stessa rappresentanza politica, nel senso che la
priva della capacità di autonomizzarsi dalle contraddizioni e dai
conflitti interni ai processi economico-finanziari. Il politico non
riesce neppure a implementare regole minime per contenere la finanza e
la sua estensione, anche se ci prova con fughe in avanti, ad esempio il
«governo mondiale del G20», che però si rivelano ben presto ulteriori
rafforzamenti dei processi di finanziarizzazione. Per «spingersi più in
là» la politica deve riconoscere la sua crisi e, come dire?, ripartire
dal basso, dalle lotte, dalle forme di vita, dalle rivendicazioni
sociali che nella e contro la crisi stanno maturando ovunque.

Molti ritengono che la soluzione della crisi non possa avvenire che
sull'asse
Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello europeo di stato
sociale, se ancora di un modello europeo si può parlare, possa
rappresentare un riferimento per politiche economiche alternative tanto
al Washington Consensus, quanto al capitalismo di stato cinese? O c'è il
rischio che nel futuro assetto economico-politico mondiale l'Europa (con
il sud del mondo) venga confinata ad una posizione marginale?

Non c'è dubbio che lo scenario Chimerica, in cui Cina e America si
sostengono
reciprocamente con politiche monetarie e di finanziamento del debito
pubblico compatibili con lo squilibrio fondamentale venutosi ad
instaurare negli ultimi anni (la Cina con un surplus di risparmio,
l'America con una montagna di debiti), è uno scenario per così dire
inevitabile. La domanda è quanto durerà. Ad esempio, quanto tempo ci
vorrà prima che la Cina riesca a rilanciare in modo duraturo la domanda
interna, non solo con programmi di investimento infrastrutturale
giganteschi, ma anche con salari e spesa sociale all'altezza dei bisogni
del popolo cinese? È forse il caso di ricordare che oltre la metà delle
corporations americane quotate a Wall Street realizzano profitti
producendo direttamente in Cina, il che complica non poco la possibilità
stessa di riequilibrare l'assetto economico globale attraverso il solo
asse Cina-Stati Uniti. L'impressione è che la Cina sosterrà gli Stati
Uniti, attraverso politiche di sostegno al dollaro e il finanziamento
del debito pubblico americano, fino a quando sarà riuscita a espandersi
solidamente nel Sud del mondo, in America Latina e in Africa. A questo
punto, forse già tra cinque anni, l'asse globale non sarà più est-ovest,
ma est-sud. In questo scenario l'Europa è perdente, a meno che non
riesca a sviluppare politiche di welfare incentrate sull'accesso alla
conoscenza e lo sviluppo di tecnologie eco-sostenibili, politiche
sociali di investimento realmente autonome rispetto al modello americano
e a quello cinese.



L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda
la spesa sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di
disoccupazione), bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e
grandi gruppi. Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari
reali e le pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della
domanda è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli
accettabili di disoccupazione?



La finanziarizzazione dell'economia, così come si è data in questi
ultimi anni, comporta un mutamento delle
modalità di monetarizzazione del circuito economico, nel senso che oggi
è nella sfera direttamente finanziaria che la moneta viene creata e
iniettata nel circuito economico sotto forma di rendite. Si tratta di
una vera e propria privatizzazione della moneta assecondata dalla
politica monetaria delle banche centrali. Questo comporta la possibilità
di una ripresa dei mercati finanziari indipendentemente dalla ripresa
dell'economia reale, il che spiega, tra l'altro, come i salari diretti e
indiretti (rendite pensionistiche) possano continuare a rimanere bassi
ancora per un lungo periodo di tempo. D'altra parte, come osservava
recentemente l'economista francese Michel Husson confrontando il
rapporto tra tassi di crescita e occupazione del periodo tra il 1959 e
il 1974 e quelli del periodo tra il 1993 e 2008, la capacità di
un'economia di creare occupazione è ampiamente indipendente dalla sua
crescita economica. Infatti, negli ultimi quindici anni dei Trenta
gloriosi, l'aumento dell'occupazione è stato inferiore a quello degli
ultimi quindici anni, e questo è avvenuto con un tasso di crescita del
Pil tra il 1959 e il 1974 mediamente superiore a quello constatato tra
il 1993 e il 2008. La qual cosa, nella situazione attuale in cui le
prospettive occupazionali e di crescita sono molto negative, mette fuori
gioco le politiche keynesiane secondo le quali un aumento dei salari,
cioè della domanda, può di per sé trainare il rilancio occupazionale. In
altre parole, l'aumento della domanda, cioè del reddito, deve basarsi su
un'aspirazione di giustizia sociale e di autonomia dalle dinamiche della
ripresa economica. È in questo senso che vanno interpretate le
rivendicazioni di un reddito garantito, o di una «rendita» agganciata ai
bisogni sociali: domandiamoci quali sono gli impieghi di cui abbiamo
bisogno per ridurre la sofferenza del lavoro, domandiamoci di quale
reddito abbiamo bisogno per difendere i beni comuni, invece di
privatizzarli per «creare occupazione».



Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno sopportare a
fronte delle forme e delle
dimensioni dell'indebitamento a cui oggi i governi hanno fatto ricorso
nel tentativo di non far naufragare l'economia mondiale?



Il prezzo può essere molto alto, e già lo stiamo pagando con l'aumento
della
disoccupazione e i tagli alla spesa sociale. È d'altronde sicuro che la
pressione fiscale per far fronte ai deficit accumulati in questo periodo
si farà sentire molto presto. Ma questo stesso prezzo possiamo farlo
pagare al capitale finanziario, rovesciando i debiti privati in reddito
sociale. È in gioco la nostra sopravvivenza come soggetti capaci di
lottare, di creare forme autonome di vita. Nulla è deciso, tutto è
possibile.

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