16 gennaio 2010

Dalla crisi ad una nuova Golden Age





di Simone Vannuccini
Il contributo preparato per il XXIV Congresso Nazionale del Movimento Federalista Europeo (Catania, 27-28-29 Marzo 2009) esamina la possibilità delle creazione di unionbond per finanziare progetti di interesse generale a livello continentale e l'introduzione di un basic income europeo per fronteggiare la crisi economica generale. Tale passaggio sarebbe cruciale per l'istituzione di una fiscalità generale e di un bilancio con risorse adeguate comuni, nella prospettiva del rafforzamento della prospettiva federale dell'UE .

I
Riflettere sulla crisi attuale, da molti definita una once-in-a-lifetime-crisis, significa pensare più in generale al significato simbolico del concetto di crisi, e quindi ai rischi e alle opportunità che essa porta con sé. In effetti, per dirla con Foucault, l'idea di crisi rappresenta il "presente perpetuo" del nostro tempo e della società contemporanea: uno stato permanente di tensione, di incompletezza, di trasformazione e anche di dominio sociale da parte di coloro che fanno della crisi un'arma per perseguire i propri interessi di gruppo. In questa interpretazione "biopolitica", profonda, intima, la crisi coinvolge dimensioni normalmente estranee al mondo della riflessione politologica ed economica: i "corpi", le paure, i simboli, le identità, le aspettative. Quest'ultime in particolare rappresentano la chiave esplicativa attraverso la quale un economista come John Maynard Keynes, introducendo un poco di psicologia nella teoria economica, ha potuto criticare alcuni assiomi fondamentali dell'economia neoclassica (in particolare riguardo le decisioni di consumo ed investimento, oltre alle teorie monetariste sulla circolazione monetaria e sulla piena occupazione), oggi completamente falsificati dal continuo susseguirsi di trappole della liquidità (la riduzione a zero del tasso d'interesse da parte delle Banche Centrali), dal crollo degli investimenti, dei consumi e della fiducia nel mercato (e nelle istituzioni). In realtà alcune tipologie di beni di consumo, per esempio i libri, gli eventi culturali o quelli artistici, così come è successo per i c.d. "beni posizionali", hanno addirittura aumentato il loro peso nel portafoglio di interessi e di spesa dei cittadini; la spiegazione di questo processo può risiedere sia nell'incremento esponenziale delle disuguaglianze between and within states, sia nella tendenza "decadentista" a rifugiarsi in uno stile di vita "estetico", in una belle epoque anticipatrice della catastrofe economica e sociale; come dire che la filosofia, l'identità e le percezioni psicologiche si fanno di nuovo spazio nella nostra concezione estesa e "biopolitica" della crisi.


Ma la crisi che viviamo oggi - e che vivremo ancora duramente nei prossimi anni se non si realizzerà in tempi brevi in Europa e nel Mondo intero una nuova "rivoluzione istituzionale", simile a quella che ha fondato la Federazione Americana -, non è connessa soltanto con la dimensione "micro", quella delle aspettative catastrofiche dei singoli, siano essi homini oeconomici, uomini sociali, agenti perfettamente razionali o animali evoluti fortemente emotivi. L'attuale crisi rappresenta il punto di intersezione e la sintesi di differenti dinamiche, reciprocamente connesse e contemporaneamente in corsa verso un punto critico di cambiamento e trasformazione.


Non c'è dubbio che la crisi economica e finanziaria sia connessa, da una parte, alle scelte ideologiche, "imperialiste" e semplificatrici di matrice neoliberista portate avanti dalla classe dirigente del paese più potente del mondo, mentre dall'altra dipenda dai global imbalances, dovuti all'assenza di un equilibrio di potere a livello internazionale, oltre che dallo straordinario (e inatteso, secondo le previsioni dei modelli standard) sviluppo di alcune delle "periferie" del pianeta; ma a loro volta questi fattori influenzano il (e dipendono dal) processo strutturale di assestamento ed evoluzione del sistema-mondo, processo di natura sia estensiva che qualitativa. Utilizzando la modellizzazione storico-economica de "il lungo XX secolo" di Giovanni Arrighi e adottando la prospettiva braudeliana della longue durée, l'attuale crisi appare come l'ultimo momento, in ordine cronologico, di transizione tra egemonie; l'egemonia "uscente", con i suoi possibili "colpi di coda", rende il contesto internazionale pericoloso (perché deve abbandonare forzosamente il potere di imporsi al Mondo), mentre la nuova egemonia inizia lentamente a suggerire o a imporre le nuove logiche organizzative dell'economia e della società, i nuovi valori, le nuove parole d'ordine e le nuove retoriche che guideranno la nuova configurazione del sistema-mondo. La transizione porta ovviamente con sé strascichi, conflitti e grandi trasformazioni sociali, produttive, tecnologiche, culturali, artistiche. Come è avvenuto, a scale più ridotte e nel corso dei secoli, con Genova e Venezia, Olanda, Spagna e Gran Bretagna, un nuovo passaggio di testimone si prepara.


E' importante sottolineare nuovamente il fatto che il passaggio ad una nuova configurazione del sistema-mondo è un processo di natura sia qualitativa che estensiva. Del primo punto abbiamo già accennato parlando della connessione nuova egemonia - nuove logiche organizzative e culturali (in pratica, nuove ideologie), mentre approfondiamo adesso la questione dell'estensione dell'egemonia, variabile che assume particolare importanza nell'attuale contesto della crisi. Ogni "passaggio di testimone" avvenuto nella storia del sistema capitalista occidentale è infatti collegato, oltre che ad una tendenza inevitabile alla finanziariazzazione e alla de-materializzazione dell'economia, ad un aumento della parte di mondo "coperto", controllato dalla nuova potenza "centrale". L'elemento caratteristico della presente transizione sta nel fatto che, questa volta, l'area di dominio del "centro" ha già raggiunto la sua massima estensione, toccando i limiti fisici del pianeta e venendo in contatto con l'immaginario collettivo (spesso non soltanto con quest'ultimo) di ogni popolazione esistente. La globalizzazione, il pianeta "ecologicamente e demograficamente pieno" e la natura real-time delle transazioni, della comunicazione e della contaminazione culturale contemporanea, rendono difficile prevedere la futura evoluzione dello scenario globale. Il mondo è diventato una singolarità non prevedibile e di conseguenza ogni storicismo risulta inefficace o semplificativo.


In questo contesto di incertezza le possibili vie di uscita sono sostanzialmente quattro. Nella prima ipotesi, che mantiene invariato il modello "arrighiano" usato finora, si individua una nuova egemonia dominante in Asia, con l'attuale "rise of the Rest" che restituisce il ben servito a quel "rise of the West" il quale, nel ‘700, aveva strappato dal millenario Oriente a favore di un Occidente violento, barbaro e in via di industrializzazione il potere di determinare il futuro del Mondo intero.


Le altre possibilità si legano invece alla condizione di singolarità, accennata sopra, in cui si trova il sistema-mondo contemporaneo e alla consapevolezza dell'emergere del concetto di network come nuovo paradigma organizzativo universalistico, paradigma che coinvolge - anche in questo caso - la cultura, la produzione transnazionale, l'organizzazione sociale, l'arte e la partecipazione politica. Alcuni autori tentano di risolvere il puzzle della crisi e della transizione egemonica immaginando un mondo multipolare (o non-polare), una governance emergente ed auto-regolatrice, un'"età della non-sovranità"; altri ancora hanno ideato nuovi strumenti concettuali, come quelli di Impero e Moltitudine, per spiegare le nuove forme - disperse e distribuite, fluide, non di classe - nelle quali si è riversato il potere egemonico, oppure hanno illustrato il passaggio, attraverso una lettura neo-marxista, ad un nuovo modo di produzione (Informazionale, P2P). Esiste infine la prospettiva federalista, che non entra in contraddizione né con il modello storicistico del passaggio di egemonia, né con la condizione complessa ed inedita della globalizzazione odierna; questo perché propone il superamento dello stato nazionale esclusivo attraverso l'adozione di una "regola politica", la federazione sovranazionale (in prospettiva mondiale), che "gioca" con i concetti di potere, gerarchia e sovranità, e che al contempo favorisce i rapporti orizzontali, riuscendo a far convivere a diverse scale la "biodiversità istituzionale", ovvero i differenti livelli di governo, reticolari, sovrapposti, spesso conflittuali.


La crisi travolge la sfera psicologica degli individui, ma è anche una crisi della dimensione collettiva, con le assolute incertezze sulla nuova fase delle relazioni internazionali che seguirà la regressione dell'attuale egemonia. Infine, la crisi è una crisi della simbologia, nella quale entrano in difficoltà, oltre al concetto stesso di capitalismo, tutte le categorie acquisite negli anni: il benessere ed il consumo sfrenato, le conquiste sociali e la democrazia, la pacifica convivenza e l'integrazione, la crescita economica infinita ed il progresso lineare e positivo. Crollano i simboli, e di conseguenza crollano le identità e le appartenenze; e se i primi e le seconde, insieme alle evoluzioni della tecnologia, hanno plasmato un mondo ormai unito e interconnesso, pur con le sue differenze ed il suo "politeismo dei valori", anche il crollo diviene unico e fragoroso. La crisi è una crisi della civilizzazione, della società umana e del suo "esperimento incontrollato" di continua creazione e "distruzione creatrice" (à la Schumpeter) di istituzioni, prodotti, idee, valori e sensazioni: per questo motivo la crisi è intimamente biopolitica.


II
La crisi che investe le economie, i corpi, i valori e le idee è fondamentalmente una crisi strisciante. E' la sua natura multiforme a renderne difficile la comprensione, e di conseguenza estremamente debole la volontà di risolverla: nella complessa rete di rapporti di una realtà in crisi, ad ogni crollo equivale un'ascesa, per ogni perdente c'è un vincitore che emerge, ma il tutto accade nel tracciato di una lenta agonia, di una sonnolenza della civilizzazione. Se ragionevolmente la crisi si combatte integrandosi, "emozionalmente" la crisi si affronta chiudendosi, convertendo la novità al già noto, alimentando la semplificazione. Lo "sforzo creativo" che sarebbe necessario a fermare il processo di declino, a risvegliare le aspettative e ad invertire il regresso culturale e civile dovrà essere obbligatoriamente, parafrasando la dichiarazione Schumann, proporzionale ai pericoli che ci minacciano. E proprio perché la crisi è totale e biopolitica, non è soltanto nel campo delle istituzioni e della politica che deve emergere una risposta; ma è lì che sicuramente una nuova immaginazione, una volontà di ricombinazione creativa può nascere velocemente e diffondersi con forza. Ed è per questo che l'Europa, culla dell'integrazione istituzionale sovranazionale, "patria" del governo inteso come "la più grande riflessione sulla natura umana" (Madison), potrebbe avere un ruolo ancora più profondo di quello immaginato dai federalisti europei, un ruolo biopolitico direttamente opposto rispetto alle dinamiche della crisi.
Limitandoci qui ad una prospettiva economico-politica, benché eterodossa ed in parte keynesiana (potremmo addirittura definirla "über-keynesiana", in quanto ne innalza la prospettiva oltre gli angusti margini dello "sguardo nazionale"), proviamo ad immaginare una risposta europea alla crisi. Il presupposto per quel ruolo biopolitico dell'Europa cui abbiamo accennato prima è la ripresa del processo di unificazione, ed è perciò fondamentale ricercare gli spazi d'azione attraverso i quali restituire nuova linfa vitale e nuova spinta ideale al progetto di Ventotene. La nostra chiave di lettura sarà quella che lega il processo di integrazione europea con la teoria dei beni pubblici. In breve, ogni passo avanti nella costruzione europea si è basato sulla creazione di un bene pubblico sovranazionale, ad esempio il mercato unico, la politica agricola comune (PAC) o l'unione monetaria. Per poter essere adeguatamente governato, ogni neonato bene pubblico europeo ha imposto una parziale cessione di sovranità ai paesi membri della Comunità, facendo avanzare l'integrazione e ponendo le basi - politiche e giuridiche - per le tappe successive. Compreso questo meccanismo, potrebbe essere sufficiente individuare oggi, al tempo della crisi, un nuovo bene pubblico sovranazionale necessario ai cittadini e ai paesi europei, sfruttando il quale l'integrazione ripartirebbe "forzosamente".


Di fronte al rischio sempre più reale di un default dei paesi dell'Est-Europa, davanti all'aumento degli spreads (ovvero della differenza tra i rendimenti dei titoli di stato) tra la Germania e i c.d. PIGS (Portogallo, Italia/Irlanda, Grecia e Spagna, ovvero i paesi con le performances economiche peggiori dell'Unione) e considerando le alte probabilità di insolvenza da parte delle grandi banche trans-europee (che, a differenza che negli Stati Uniti, sono più estese dei regolatori che dovrebbero controllarle), il nuovo bene pubblico continentale dovrebbe essere la fonte di quelle risorse vitali necessarie per scongiurare il rischio di una nuova Great Depression (e, considerate le involuzioni biopolitiche già citate, di una inedita Great Repression dei diritti e delle libertà individuali e collettive). Più precisamente, questo nuovo bene pubblico potrebbe essere la capacità dell'Unione Europea di creare debito pubblico (e, di conseguenza, la capacità della Comunità europea di garantire la solidarietà economica e fiscale transnazionale), attraverso l'emissione di una ingente quantità di Union Bonds. Gli Union Bonds nascerebbero con una grande forza, dovuta in particolare all'emissione in una valuta, l'euro, che è la più credibile e stabile al mondo; le risorse così ottenute potrebbero essere utilizzate per finanziare progetti radicalmente innovativi e transnazionali, di natura sia "materiale" (dalle grandi infrastrutture alla produzione di energia rinnovabile) che "immateriale" (come il sostegno ai progetti di ricerca di eccellenza e alla formazione permanente). In particolare la disponibilità di ingenti risorse europee potrebbe permettere di sperimentare su larga scala l'adozione del basic income per tutti i cittadini europei, dando il via ad una vera rivoluzione del modello sociale e, più in generale, della concezione del lavoro (è significativo come questa idea fosse stata anticipata dal federalismo integrale "prodhoniano").


Le evidenti potenzialità del nuovo bene pubblico europeo sarebbero (1) la relativa facilità di implementazione, considerato che è già possibile immaginare un processo semi-graduale per l'istituzione degli Union Bonds ispirandosi al modello adottato nel contesto dell'integrazione monetaria (quando un paniere coordinato di monete europee, l'ECU, ha preceduto la vera unione economica e monetaria e la moneta unica) e (2) la spinta alla convergenza degli indicatori e delle performance economiche da parte dei diversi paesi; l'alto profilo dei progetti finanziati eviterebbe una "race to the bottom" per quanto riguarda la qualità dei titoli, che tenderebbero - come accadde al tempo dell'UEM con i tassi di cambio - ad allinearsi con quelli del paese più virtuoso (la Germania) piuttosto che il contrario. Inoltre, per tornare sul terreno della psicologia economica, possiamo ragionevolmente supporre che l'effetto di annuncio legato all'emissione degli Union Bonds potrebbe avere come conseguenza il rilancio delle aspettative pessimistiche degli agenti economici, uno dei fattori più importanti alla base della crisi.


La vera forza degli Union Bonds risiede nella loro natura di bene pubblico sovranazionale, quindi nel loro ruolo politico: un'Unione Europea capace di far debito ha bisogno di nuovi poteri e di nuove competenze - e quindi di nuove cessioni di sovranità -; in sintesi, la crisi (limitandola per adesso, lo ricordo, soltanto alla dimensione economico-finanziaria) imporrà molto presto ai governanti dei paesi europei la creazione di un debito pubblico sovranazionale, pena il fallimento di tutte le piccole e scoordinate (ma giustificabili se consideriamo che i governi, a dispetto del mercato comunitario, rispondono ancora alle loro costituencies politiche - gli elettorati - nazionali) misure di salvataggio adottate finora. Ma la creazione del debito pubblico europeo - e in prospettiva la riforma federale della fiscalità europea, necessaria per la legittimazione degli Union Bonds - implica a sua volta la creazione di un potere federale che possa gestirlo democraticamente; come al tempo della CED, il nuovo bene pubblico europeo (in quel caso era il dispositivo di difesa) potrebbe rappresentare il "grimaldello" capace di aprire la porta alla Federazione Europea.


III
Quanto detto finora non è che una breve riflessione sulla crisi e sull'Europa. La crisi come condizione esistenziale del mondo contemporaneo può essere indagata in modo intimo e profondo oppure più superficialmente, sfruttando gli strumenti messi a disposizione dalla teoria economica e da quella politica. Ciò che resta è la certezza che ogni categoria esplicativa della realtà verrà messa in discussione, riplasmata, utilizzata ideologicamente nel grande gioco dell'equilibro e dell'egemonia mondiale. Se è vero, con Hölderlin, che là dove c'è pericolo cresce anche ciò che si salva, i federalisti hanno oggi più che in passato il dovere di ridurre le contraddizioni fra i fatti ed i propri valori, stimolando l'azione collettiva e continuando a suggerire le vie, per quanto difficili da percorrere, affinché la crisi si trasformi in una grande opportunità, in un "nuovo inizio" per l'intera umanità. A partire dall'Europa, non soltanto un governo federale, ma anche una fucina e un laboratorio di idee di progresso e di sviluppo umano, una "fabbrica" di alternative possibili, possono condividersi con tutto il mondo. Dalla singolarità del nostro tempo potrà allora emergere una nuova, equa e sostenibile Golden Age.





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