5 febbraio 2011

Una umanità perduta e mai ritrovata, anche se cercata


Per come l'ho letta io, questa intervista non vuole essere
un'assoluzione per le scelte di morte che ha fatto nella sua gioventù,
nella rincorsa verso una utopia che ha prodotto solo guasti, morti ed
omicidi. Lei ha pagato, ha pagato fino all'ultima goccia di sangue il
suo debito verso la giustizia.Quanti altri possono dire di aver pagato e
che pagheranno per i loro errori o reati?
Non potrà mai essere assolta per le sue scelte politiche. Questa
intervista io l'ho presa come una testimonianza di una umanità persa e
mai ritrovata anche se ricercata, Ricercata attraverso ogni piccolo
atto, singolo gesto della sua vita quotidiana vissuta dopo la
carcerazione, attraverso un figlio nato nella sofferenza e nella
difficoltà di un carcere e di una non umanità delle sbarre. Di un figlio
morto ammazzato dalla precarità che vede nella velocità e nei ritmi il
suo core business.
Lo propongo e credo che possa far riflettere come ha fatto riflettere me.
Zag(c)

"Sono stata arrestata ed ero incinta, ma mi hanno picchiata"
Franca Salerno, Arrestata il 9 luglio 1975, condannata a quattro anni e
mezzo per appartenenza ai Nap, Nuclei armati proletari, evasa insieme a
Maria Pia Vianale dal carcere di Pozzuoli e riarrestata il primo luglio
1977 in piazza San Pietro in Vincoli a Roma."In un conflitto a fuoco dove
Antonio Lo Muscio è morto ammazzato".

Ricordo le foto sui giornali, la tua all'ospedale. "Sì, loro ti cercano, ti
pedinano e quando ti catturano ti massacrano di botte. Per quei tempi era
normale. Gridavano: "Ammazziamole, facciamole fuori". Se non ci fosse stata
la gente a guardare dalle finestre sarebbe stata un'esecuzione. A Pia hanno
sparato perché si era mossa. Ricordo i loro occhi, dentro c'era rabbia e
eccitazione; erano fuori di sè perché eravamo donne. Averci prese, per
loro, era una vittoria anche dal punto di vista maschile".


Al processo, a quanti anni ti hanno condannata? "A 18, per banda armata".
Sapevi di essere incinta al momento dell'arresto? "Sì, avevo questo bambino
in pancia e volevo salvaguardare la sua vita. Antonio era morto, Pia era
stata portata via con l'autoambulanza ferita, io ero sul selciato e
gridavo:
"Sono incinta", ma da ogni autocivetta uscivano uomini e picchiavano.
Sino a quando è arrivato anche per me il momento di andare in ospedale".


Cosa vuol dire fare un figlio in carcere? "Guarda che io il figlio l'ho
fatto fuori, in carcere l'ho partorito.
Ma non mi sono sentita mamma da subito, all'inizio mi vergognavo. Quasi che
il mio essere gravida fosse un tradimento alla rivoluzione"
.

Ed è rimasto con te in carcere? "Sino ai tre anni andava e veniva,
perché in carcere i bambini non stanno bene. E poi ho fatto molto carcere da sola,
come a Nuoro, dove in sezione c'eravamo solo io e lui. Forse dalle lettere
avevano capito che vivevo la maternità in modo confittuale e mi hanno messo
alla prova".


Come si chiama? "Antonio".

Poi cosa è successo? "Compiuti i tre anni, i bambini in carcere non ci
possono più stare. È stato un grosso dolore, ma esistevano i compagni e le
compagne. E lui esisteva, esisteva come cosa viva, non solo come perdita.
Poi ci sono stati le carceri speciali, i vetri divisori nella sala
colloquio che per anni ci hanno impedito di toccarci, e tutte le altre difficoltà che
"loro" mettevano in mezzo. Ma a me non fregava niente. Mio figlio
esiste, mi dicevo, e anche se va via troverò un modo per costruirci qualcosa assieme,
per crescerci assieme"
.

Chi lo ha tenuto? "Mia madre, mia sorella, l'altra nonna".

Lui ti ha mai chiesto perché stavi in carcere? "Si, aveva cinque anni e
voleva dare risposte alla sua vita di bambino nato dietro le sbarre. Potevo
spiegargli la rivoluzione? E poi non mi piace la retorica gloriosa. Così
gli ho detto: la mamma ha rubato. Poi, piano piano, ho cercato di spiegare. Ma
il racconto vero dei percorsi che mi avevano portato in carcere c'è stato
quando sono uscita e lui aveva 16 anni".


E dopo sedici anni di galera come si riprende a vivere fuori? "Per un anno
avevo i piedi fuori e la testa da detenuta. Cercavo emozioni passate, fili,
ed ero comunque e sempre sulla difensiva. Poi, un po' alla volta, ho
iniziato a misurarmi con la realtà. Col lavoro necessario, con mio figlio.
Era una presenza intensa, ma io da sedici anni non ero abituata alle
presenze, ad avere persone attorno, all'interesse di qualcuno su di me. Ero
disabituata alla materialità degli affetti, ai corpi da toccare. Ho dovuto
imparare a non vivere di continue elaborazioni del cervello, a mettere in
comunicazione corpo e mente".


E il carcere, lo hai dimenticato? "Lo sogno continuamente. E per me sognare
non è una seconda vita. Per me il carcere è presente, come sono presenti i
compagni e le compagne che sono ancora dentro, a scontare una pena che non
ha fine. In nessun modo disposti però a barattare dignità e rispetto di se
stessi in cambio di libertà. Abbiamo rincorso l'utopia di un mondo migliore
e mai l'interesse personale. Non lo faremo adesso
".

È stato facile trovare lavoro? "È stato necessario. Ma tutt'altro che
facile. Mi sono state fatte offerte di lavoro da qualche parlamentare in
cambio di un mio intervento sul dibattito della dissociazione. Ho rifiutato
e mi sono affidata alla gente del quartiere e ho trovato lavoro in
un'impresa di pulizie".


Dell'esperienza del carcere cosa rimane addosso? "Dei vizi. Dentro la
borsetta metto di tutto: spazzolino, penna, fogli bianchi, insomma quello
che può servire per i cambiamenti improvvisi. Le cose che una detenuta
inserisce nello zaino quando c'è aria di trasferimento e sa che, quando
avverrà, non le sarà concesso nemmeno il tempo di prepararsi la borsa. E
quando mangio lascio sempre qualcosa nel piatto, per dopo, perché non si sa
mai".


Lascia l'amaro in bocca quest'intervista, più di quanto le parole di Franca
non lo lascino già.

Perchè quel bimbo di cui si parla, Antonio, non smette di mancare ad ognuno
di noi.
Perchè la storia di quella vita nata tra le sbarre di un carcere di massima
sicurezza non doveva finire spezzata sul lavoro, come troppe persone ogni
giorno.
Solo oggi tra la lista dei morti spunta un ragazzo di 20 anni, morto
accanto
al fratello, rimasto gravemente ferito..non se ne può più.

Il giorno in cui è morto quel 17 Gennaio del 2006, Antonio Salerno
Piccinino stava lavorando e faceva una consegna straordinaria, un favore personale ad
uno dei suoi dirigenti, un viaggio fino ad Ostia improvvisato probabilmente
per la voglia di dimostrare affidabilità.

Antonio è morto perché andava troppo veloce a causa dei ritmi inarrestabili
e delle pressioni emotive costanti che ci vogliono disponibili,
sorridenti e veloci, sempre.
Antonio era un pony express, il contratto di lavoro era scaduto a fine
dicembre e formalmente, quando è morto sulla Cristoforo Colombo non gli era
ancora stato rinnovato.
Antonio era in nero. Il suo lavoro era quello di corriere addetto ai ritiri
presso gli ambulatori veterinari, percorreva sulle strade di Roma 130Km al
giorno. 14 ritiri al giorno, 3 euro per ogni ritiro in città, 5 euro per
ogni ritiro oltre il Grande Raccordo Anulare e 6 euro per ogni ritiro nella
zona mare comprendente Ostia, Torvajanica e Fiumicino.
E' Indispensabile andare veloce perché l'equazione è semplice: aumentare il
numero di ritiri per aumentare la propria busta paga.
E' così che è morto Antonio. Ma Antonio non era affatto il suo lavoro,
anzi.
Era un ragazzo pieno di vita e di sogni. Antonio era un ragazzo di
ventinove anni consapevole dei meccanismi di sfruttamento che era costretto a subire,
era un precario che lottava quotidianamente contro la precarietà del lavoro
e della vita.