7 novembre 2011

"La città invisibile che si ribella al veleno nel lavoro"



 
Di Fulvio Colucci 
A Taranto è mistero sul registro dei lavoratori esposti ad agenti cancerogeni. E nel capoluogo sono presenti Ilva, Cementir ed Eni. Invisibili. I lavoratori dell’area industriale tarantina. Invisibili alla società, alla politica, ai dati sulla loro salute. Invisibile è, nei numeri, uno dei più temuti rischi corsi dagli invisibili in fabbrica: l’esposizione agli agenti cancerogeni. In un triangolo senza pari, nel resto del Paese: le acciaierie Ilva, la raffineria Eni, la Cementir, le aziende dell’indotto. L’istituzione del registro dei lavoratori esposti ad agenti cancerogeni risale al 1994, alla legge 626 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Ci vorranno tredici anni perché diventi realtà grazie al regolamento attuativo contenuto nel decreto ministeriale 155 del 2007. Il registro deve essere istituito dal datore di lavoro e inviato agli organi preposti alla prevenzione e alla sicurezza. Ma nell’area industriale tarantina la legge resta sulla carta. E cala la nebbia sul rapporto fabbrica-tumori se l’associazione ambientalista Peacelink ha chiesto di nuovo alla magistratura «un’indagine specifica sull’esposizione dei lavoratori agli agenti cancerogeni, anche per verificare se il registro dei lavoratori esposti ad agenti cancerogeni sia stato effettivamente attivato e se sia disponibile per elaborazioni statistiche per verificare quanti decessi e quanti ammalati vi siano stati in questi anni nei reparti a più alto rischio». Il problema delle malattie professionali ha già destato l’interesse della magistratura quanto quello delle morti bianche: pochi mesi fa sono stati rinviati a giudizio dal Tribunale di Taranto 19 ex dirigenti dell’Italsider (gestione pubblica) per la morte di una trentina di operai deceduti dopo aver contratto il tumore. «Le autorità sanitarie – incalza il presidente di Peacelink Alessandro Marescotti – dovrebbero essere in possesso di una consistente quantità di dati che possono consentire di effettuare calcoli statistici sull’impatto che i cancerogeni industriali hanno avuto e hanno attualmente sui lavoratori». Il meccanismo previsto dalla legge delegava l’Ispesl, l’Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza, a raccogliere i dati trasmessi dalle aziende entro trenta giorni dall’istituzione del registro. L’Ispesl è stato sciolto e incorporato nell’Inail, ma l’attuazione del decreto è ancora lontana. Il vicario regionale Inail per la Puglia, Giuseppe Gigante, spiega: «Il registro non esiste ancora e l’Istituto utilizza l’elenco delle sostanze nocive per collegare l’attività del lavoratore esposto alla malattia diagnosticata dal medico. I dati – aggiunge Gigante – sono richiesti nel momento in cui bisogna riconoscere la malattia professionale. La creazione del registro appare necessaria non solo per verificare le patologie contratte sui luoghi di lavoro, ma soprattutto per un’attività di prevenzione divenuta ormai indifferibile». Il vicario regionale dell’Inail fa un paragone con l’altra grande emergenza, gli infortuni sul lavoro. Taranto ha vissuto anni drammatici, la tragica statistica delle morti bianche all’Ilva che ha costellato, fino al 2008, fino all’ultimo incidente mortale, il decennio. «L’attività di prevenzione aziendale, lo sforzo unitario degli organi competenti, hanno permesso di fare passi avanti decisi e decisivi nell’ottica della riduzione del fenomeno. L’esperienza va mutuata sul fronte delle malattie professionali che restano una grande emergenza». La prevenzione come parola d’ordine, come tam tam civile «anche rispetto alla bonifica dell’area industriale». Perché, spiega Gigante, «quella è attività determinante per ridurre i rischi di malattie professionali contratte sul posto di lavoro». Le bonifiche, cinquant’anni di veleni da cancellare. Lo sa bene il sindacato. Antonio Talò, segretario generale dei metalmeccanici Uilm, allarga le braccia: «Siamo a favore del registro tumori e delle mappe epidemiologiche, sosteniamo la battaglia del comitato “Donne per Taranto”, figurarsi sul registro dei lavoratori esposti alle sostanze cancerogene. Ma senza bonifiche della zona industriale tutto risulterebbe inutile». E allora chi tenderà l’orecchio verso la città invisibile, chi ascolterà il suo lamento muto, la sua ribellione ai veleni, dentro e fuori le fabbriche?
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