8 aprile 2014

Ce ne stanno a preparare un altra!


Fra pochi giorni si andrà a votare per le elezioni europee. La mia impressione è che mandare dei rappresentanti al parlamento europeo non interessa nessuno dei potenziali votanti.  E agli stessi partiti ( ma non si chiamano più partiti, ma movimenti o comitati elettorali intorno ad un nome leader) non ne può fregar de meno se non come test per verificare le proprie influenze sui cittadini all’interno del paese.

E questo, a mio parere per due ordini di motivi.

Il parlamento europeo conta meno del due di picche, nelle decisioni importanti e non tanto perché esautorato dai poteri più o meno occulti e finanziari, la famosa Troika, ma istituzionalmente in secondo piano  rispetto al potere della Commissione europea. Formato dai governanti dei paesi membri, propone i nuovi atti legislativi, che il Parlamento europeo e il Consiglio devono adottare. La Commissione e i paesi membri applicano poi le norme e la Commissione si assicura che vengano applicate e fatte rispettare correttamente. Come si vede un potere tutto sbilanciato a favore dei governi . Una rappresentanza indiretta a doppia mandata. Questo fa rispecchiare una disaffezione e una allontanamento delle istituzioni rispetto ai cittadini dei paesi membri. ( il Presidente della Commissione che veniva nominato dai governi membri a rotazione ogni sei mesi fra tutti. Dal 1º dicembre 2009 con il  Trattato di Lisbona la Presidenza rimane in carica per due anni e mezzo , togliendo anche quella poca parvenza di democraticità attraverso la rotazione semestrale

Un altro motivo è dovuto , negli ultimi decenni, dalla politica imposta e attuata dall’Europa sempre meno Parlamento e sempre più Troika, ( BCE,FMI e Commissione ). Politica improntata sull’austerity espansiva, sul pareggio di bilancio che produce ancor più disparità fra paesi ricchi e paesi poveri , produce precarietà espansiva e depauperamento dei ceti meno abbienti. Insomma i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri sia a livello dei paese sia all’interno degli stessi paesi fra la popolazione. Questo viene vissuto e visto dalla popolazione dei paesi come causa del concetto stesso di Europa e non tanto di politica imposta e praticata all’interno dei paesi membri e quindi ancor più disaffezione se non addirittura rifiuto del concetto stesso di Europa verso un esasperato nazionalismo.

Insomma , io credo che stante così la situazione, la partecipazione al voto sarà sempre meno e la campagna elettorale affronterà sempre più temi specificatamente nazionali e sempre meno di carattere europeo.
E questo farà passare in secondo piano una questione già volutamente nascosta e di cui i mass media figuriamoci i politici dominanti nascondono volutamente.
Se si dovesse chiedere cos’è il TTPI , non solo fra la popolazione, ma fra gli stessi politici nazionali, ben pochi saprebbero rispondere. ( e naturalmente non parlo di politici italioti, come ad esempio la Zanicchi, Borghezio, Salvini, Salatto, tanto per fare qualche nome a mo’ di esempio)
Il TTPI è un bel piatto freddo che ci stanno rifilando , all’insaputa di tutti e che alla fine risulterà, come per l’Euro, piovuto dal cielo, dalla naturalità delle cose , inevitabile come la fame e la pestilenza. Sinteticamente è definito come:  progetto di partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTPI ) tra l’Unione europea e gli Stati uniti.

A cosa serve?
Esso mira a creare la più grande zona di libero scambio del pianeta, con circa 800 milioni di consumatori, che rappresenterà quasi la metà del prodotto mondiale lordo (PIL) e un terzo del commercio globale.

Per gli Stati Uniti la questione TTPI è particolarmente importante. A livello planetario sono in competizione con la Cina soprattutto per contendersi il dominio commerciale, oltre che politico e in quest’ottica portare nel loro giro d’affari tre aree principali che hanno a lungo dominato – Europa, America Latina, Asia-Pacifico – ma in cui Pechino si è solidamente insediata anche minacciando, qua e là, di espellerne gli Usa, è di particolare , quasi vitale importanza. In questa direzione va la firma del TTPI

Utilizzando il TTPI, gli Stati Uniti e l’Unione europea vogliono eliminare le barriere doganali ancora esistenti, nonché le “barriere non tariffarie” e aprire i loro mercati rispettivi agli investimenti, ai servizi e ai contratti pubblici. Vogliono soprattutto per omogeneizzare gli standard e le norme per commercializzare senza vincoli prodotti e servizi. Secondo i sostenitori di questo progetto di libero scambio, uno degli obiettivi della TTPI sarebbe “avvicinarsi il più possibile ad una totale eliminazione di tutte le tasse sul commercio transatlantico che riguardino prodotti industriali e agricoli”.

Detta cosi sembrerebbe una cosa buona e giusta e in quest’ottica che , per la verità molto raramente e solo per pochi intimi, viene venduto questo trattato.
In realtà molti critici (alcuni partiti politici Jean-Luc Mélenchon, del Parti de gauche francese, diverse ONG e da organizzazioni ambientaliste o di difesa dei consumatori, alcuni sindacati europei.) ne intravedono la anti democraticità , intanto , del percorso che dopo le lezioni europee,  porterà alla firma. Viene denunciato, soprattutto che documenti interni alla Commissione europea indicano che essa si è riunita nei momenti più importanti della negoziazione esclusivamente con i dirigenti delle imprese e le loro lobby. Non c’è una sola riunione con le organizzazioni ambientaliste, i sindacati, le organizzazioni di difesa dei consumatori

Ma la cosa che i critici al trattato denunciano è la possibilità quasi inevitabile , anzi la certezza, dovuta alla sudditanza dei politici europei rispetto alla strapotere degli Usa, che alcuni punti di vista americani  vengano imposti all’Europa all’insegna del libero mercato. Vedi per esempio
nel campo alimentare all’impostazione americana rispetto a organismi più geneticamente modificati (OGM) e  anche al problema dei polli disinfettati con cloro, consentito negli USA , ma vietato in Europa. In materia di creazione culturale, di istruzione e di ricerca scientifica, in quanto si potrebbe applicare il TTPI anche ai diritti di proprietà intellettuale. l TTPI incoraggerà la “flessibilità sociale“, spingerà verso la riduzione dei salari e la distruzione dello stato sociale. Temono una riduzione del numero di posti di lavoro in diversi settori industriali (elettronica, comunicazioni, trasporto, metallurgia, industria della carta, servizi alle imprese) e agricoli (allevamento, agro-carburanti, zucchero).
 Il TTPI, rimuovendo il principio di precauzione, potrebbe facilitare l’eliminazione di regolamenti ambientali o per la sicurezza alimentare e sanitaria. Altri stimano che il partenariato promuoverà l’introduzione in Europa del fracking e l’uso di sostanze chimiche pericolose per le acque sotterranee, nello sfruttamento di gas e petrolio di scisto.

Tuttavia, uno dei principali pericoli del TTPI è che include un importante capitolo sulla “protezione degli investimenti”. Ciò potrebbe consentire alle imprese private di denunciare gli stati, colpevoli ai loro occhi di voler difendere l’interesse pubblico, e di trascinarli davanti ai Tribunali internazionali di arbitrato (al soldo delle multinazionali). Ciò che è in gioco qui è semplicemente la sovranità degli stati e il loro diritto di condurre politiche pubbliche in favore dei propri cittadini.

Naturalmente sono visioni catastrofistiche ( come potrebbe essere bollate queste preoccupazioni), ma che in assenza di un dibattito pubblico, in assenza di un reale processo democratico di maturazione di queste problematiche, timori , senza insomma un processo di partecipazione delle popolazioni europee, queste preoccupazioni potrebbero , un domani , diventare certezze.

In fondo, mi vengono in mente, tutte le preoccupazioni che tormentavano molte menti critiche alla vigilia del trattato di Maastrich che ufficialmente dette vita alla UE e di conseguenza all’Euro. Dal main stream politico e mediatico vennero trattati, quelle menti, come visionari, comunisti, ( anche per economisti e politici non propriamente comunisti, ma di estrazione liberal e di scuola neoclassica ricardiana in campo economico) catastrofisti . A distanza di qualche decennio quei timori, quelle preoccupazioni, quel processo cosi poco democratico (anche secondo i dettami e le regole di una democrazia borghese) son diventate realtà ed ora tutti, anche quelli a suo tempo partigiani senza se e senza ma, si pongono le domande e i dubbi, forse colpiti e folgorati sulla via di Damasco.
Ma quel trattato fu vera gloria?
E i trattati a seguire si potevano fare diversamente?


E se aprissimo un dibattito e se i talk show italiani invece di parlare delle solite minchiate parlassero ed entrassero nel merito, non per solo gossip, di questo trattato che ci faranno digerire come voluto dalla santa provvidenza? Cosa ci sarebbe di tanto sconvolgente, di tanto paradossale?