19 novembre 2008

Politkovskaya, eroina già dimenticata?


Scritto da Enrico Campofreda martedì 18 novembre 2008

Oltre alle indagini soffocate stanno cercando di restringere anche il luogo fisico dove celebrare il processo per l’assassinio di Anja Politkovskaya che è comunque iniziato oggi a Mosca. E’ iniziato in un luogo angusto per evitare che amici e colleghi della giornalista della Novaya Gazeta, assassinata due anni fa nell’ascensore della sua abitazione, occupassero lo spazio per il pubblico. Di fatto un processo a porte chiuse sul quale aleggia il fantasma del grande assente, il mandante di quello come di oltre duecento morti violente o misteriose di giornalisti. La Russia infatti è seconda solo all’Iraq – dove c’è una guerra aperta – per l’uccisione di reporter, dal 1992 al 2007 ne sono state contate 218 e il numero continua a salire. Il Gotha del Cremlino con in testa l’ex presidente Putin è il sospettato numero uno, ma al di là della denuncia dei media internazionali non c’è prova alcuna che possa incastrare il politico, gli uomini del suo staff e gli stessi agenti degli attivissimi servizi segreti. Non c’è per il modo in cui sono state condotte le indagini anche per il caso Politkovskaya, come ha denunciato un’altra importante firma della stampa russa: Grigory Pasko. Che all’odierna apertura del processo ne ha evidenziato l’anomalia “Come si può dire che le indagini sono state completate se nessuno di coloro che hanno ordinato l’uccisione siede sul banco degli imputati?”. Unici accusati sono i due fratelli Ibragin e Dzhabrail Makhmudov e l’ex poliziotto Sergey Khadzhikurbanov che, esecutori materiali o meno, hanno tutta l’aria di non voler o poter svelare il mistero dell’assassinio. Così si parla di processo farsa, ne sono già stati celebrati altri senza che lo stillicidio delle esecuzione non solo si fermasse ma trovasse indizi per inchiodare i responsabili. E’ chiaro che accanto all’eliminazione di figure scomode - e la libera informazione in Russia come ovunque ha sempre rappresentato un nemico giurato per il potere dei satrapi – si cerca di diffondere nella popolazione una paura generalizzata tanto che a Mosca e altrove tira un’aria d’indifferenza. E’ indicativo come un’inchiesta di qualche mese fa condotta fra i giovani della capitale trovasse molti di loro impreparati alla domanda su chi fosse Anja Politkovskaya. Non sapevano e non volevano sapere, quasi tutti erano all’oscuro sul suo lavoro di denuncia dei crimini di guerra perpetrati dalle truppe d’occupazione in Cecenia. Accanto all’oblio subentrava il discredito: altra iniziativa del mondo politico è stata quella di dipingere i drammatici racconti della giornalista come una campagna antipatriottica rivolta contro la grande madre Russia. Una matrigna la Russia putiniana che, sin dal primo incarico dell’ex agente del Kgb al Cremino nel 1999, ha dichiarato una guerra privata alla vita dei liberi giornalisti per stroncarne la professionalità posta al servizio del mondo intero. Ne sono scaturiti decessi d’ogni tipo: colpi d’arma da fuoco, avvelenamenti, investimenti, morti accidentali e misteriosissime come trame d’intrighi internazionali ben antecedenti alla stessa “Guerra fredda”. La testimonianza sempre più diffusa che la deregulation del mestiere dell’informazione vede un crescente numero di free lance presenti nei luoghi più ostici e difficili per scrivere, fotografare, filmare è diventata negli ultimi anni una spina nel fianco di quel potere che non vuole mostrare la faccia lugubre della propria ferocia, l’illegalità di tante azioni, immacolate a parole e di fatto grondanti di sangue e di criminale crudeltà. Accadeva anche cinquant’anni or sono però gli strumenti di comunicazione erano meno sofisticati. Naturalmente non basta la tecnologia, che pure viene incontro al mestiere, la differenza la fanno sempre coscienza e coraggio, e in questo Anja era l’esempio illuminante che le è valso il ricordo di “eroina della libertà di stampa nel mondo” datole dall’Istituto Internazionale di Vienna. Certo a costo della vita perché lei non patteggiava carriere, raccontava quel che vedeva come in questo passo “… Perché metto la parola terrorismo tra virgolette? Perché la stragrande maggioranza di queste persone sono definite terroristi. E questa pratica di “definizione dei terroristi” non ha semplicemente soppiantato, all’alba del 2006, tutte le altre forme di lotta contro il terrorismo, ma ha anche cominciato a creare un numero abbastanza ampio di persone che vogliono vendicarsi, quindi dei potenziali terroristi. Quando i magistrati e i tribunali lavorano non sotto l’egida della legge, ma agli ordini della politica, con l’obiettivo di compiacere la volontà del Cremlino in materia di antiterrorismo, i crimini spuntano come funghi”. Enrico Campofreda, 17 novembre 2008 Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 8.51