15 marzo 2009

La CRISI CORRE E IL DIBATTITO ARRANCA

pubblicato su Liberazione, 15 marzo 2009)


I prefetti messi a vigilare sulle banche, per controllare che queste concedano i prestiti di cui imprese e famiglie hanno bisogno? Deve essere un altro scherzo del Presidente del Consiglio, l’ottimista nel deserto. Chiunque abbia un minimo di conoscenza del funzionamento interno del sistema bancario sa bene che l’ammontare dei prestiti negati rappresenta forse la variabile più opaca e più difficile da catturare in un sistema creditizio che già di per sé non brilla per trasparenza. Basti pensare che talvolta il numero complessivo delle richieste di prestito respinte sfugge persino ai membri dei consigli di amministrazione delle banche. Soltanto i massimi vertici delle strutture conoscono questo dato, e dispongono oltretutto di numerosi strumenti per rendere difficile la sua diffusione o la sua piena comprensione. Fantasiosa sembra pure l’idea che i prefetti attingano informazioni direttamente dalle imprese che si siano viste rifiutare i crediti. A quanti imprenditori converrà spargere la voce che sono stati appena considerati dei prenditori inaffidabili? Insomma, deve trattarsi davvero di una barzelletta. Non è un caso che la trovata dei prefetti abbia in questi giorni suscitato molti più sorrisi di sufficienza che reali preoccupazioni tra gli esponenti del mondo bancario.

            La polemica sui prefetti è solo l’ultima di una serie interminabile di controversie sul pericolo del credit crunch, ossia sul rischio che per rimpinguare un capitale ridotto ai minimi termini le banche decidano di tagliare drasticamente i finanziamenti a imprese e famiglie. Il fenomeno rappresenta uno dei casi tipici in cui il mercato capitalistico tende ad avvitarsi su sé stesso, come un gatto che si morde la coda. La crisi infatti riduce i profitti attesi, e quindi riduce il valore del capitale delle banche. Queste allora cercano di frenare l’erosione del loro attivo accumulando riserve liquide e rinviando a tempi meno cupi l’erogazione dei prestiti. Ma se le imprese e i consumatori non ottengono credito l’economia si ferma, la crisi si aggrava, i profitti futuri diventano sempre più incerti e il valore del capitale riprende a diminuire, in un circolo vizioso che non si arresta. In Italia e all’estero il dibattito politico di questi mesi si è più volte incagliato sulla scelta di quali provvedimenti adottare per evitare che il flusso di credito all’economia si interrompesse. Se ne sono sentite di tutti i colori, anche più strambe della trovata nostrana sui prefetti. Ma non si è mai giunti a una soluzione credibile, per un motivo semplice: sotto la pressione delle lobbies finanziarie, i governi hanno coltivato la pretesa contraddittoria di impartire ordini alle banche senza tuttavia ledere la loro autonomia proprietaria e gestionale. Da questa impasse si sarebbe potuto uscire solo attraverso delle limpide nazionalizzazioni, con lo stato che acquista le banche ai prezzi correnti e assume l’effettivo controllo del credito. Ma finora la durissima resistenza dei vecchi potentati finanziari ha dato luogo a compromessi improbabili e a risultati fallimentari.

            L’assurdo tentativo di tenere assieme obiettivi in totale contrasto tra loro ha dunque fatto sì che la spirale del credit crunch seguisse indisturbata il suo corso. E adesso siamo piombati così in basso che la questione principale non è più solo quella di garantire che le banche eroghino i prestiti. Ora infatti il vero problema è che moltissime imprese vedono un futuro così nero da non avere più alcuna intenzione di indebitarsi per investire o anche solo per erogare i salari. I dati del resto parlano chiaro: non è più solo l’offerta di credito da parte delle banche ad essere bloccata ma è la stessa domanda di finanziamenti da parte delle imprese che inizia a precipitare. Prefetti o non prefetti, è chiaro allora che l’intero dibattito sul credito è stato già ampiamente superato dagli eventi. A questo punto lo stato dovrebbe intervenire non più solo con la nazionalizzazione del credito ma anche direttamente con una attività di spesa e di produzione pubblica, in modo da bilanciare il crollo degli investimenti da parte delle imprese private. E’ lecito prevedere che una parziale svolta di questo tenore diventerà inevitabile in vari settori e in diversi paesi, non ultima l’Italia. Per gli interessi dei lavoratori potrebbe rivelarsi un’occasione, oppure un ulteriore abisso. Si andrà nell’una o nell’altra direzione a seconda che si riesca o meno a definire una credibile, rinnovata teoria e pratica di classe.

 
 
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