4 novembre 2009

Appunti sulla crisi finanziaria

*Perché lo scoppio della bolla finanziaria non è da imputarsi

all'avidità dei banchieri e non è possibile alcun ritorno al
"capitalismo del welfare"*

Una nuova "leggenda della pugnalata alle spalle" sta facendo il giro del
mondo: la "nostra economia" sarebbe caduta vittima della sconfinata
avidità di un pugno di banchieri e speculatori. Ingozzati dalla
conveniente moneta della Banca Centrale degli USA (la Federal Reserve) e
coperti da politici irresponsabili, costoro avrebbero portato il mondo
alle soglie dell'abisso, mentre gli "onesti" verrebbero una volta di più
presi per il naso.
Niente è oggettivamente più falso e ideologicamente più pericoloso di
questa diffusa rappresentazione che passa attraverso tutti i canali
dell'opinione pubblica. Le cose stanno esattamente al contrario. Il
mostruoso rigonfiamento dei mercati finanziari non è la causa della
miseria, bensì è esso stesso un tentativo di contrastare la crisi
fondamentale con la quale la società capitalistica lotta già dagli anni
'70. In quel periodo giunse a termine, con il boom economico successivo
alla seconda guerra mondiale, un lungo periodo di crescita dell'economia
reale, reso possibile dalla generalizzazione del modo di produzione
industriale e dal suo ampliamento verso nuovi settori come la produzione
dell'automobile. Per la produzione di massa degli anni '50 e '60 erano
necessarie grosse quantità di forza lavoro, che da essa traevano il
proprio salario che a sua volta permetteva loro di fruire della massa
delle merci. Da allora l'ampia e diffusa razionalizzazione dei settori
chiave della produzione per il mercato mondiale, che ha sempre più
sostituito la forza lavoro con processi automatizzati, ha distrutto
questo meccanismo e con esso i presupposti per un nuovo boom economico
sorretto dall'economia reale. La crisi capitalistica classica è stata
soppiantata dalla fondamentale crisi del lavoro.

*Forza lavoro svalorizzata=umanità "superflua"*
È un risultato tipico delle folli contraddizioni del modo di produzione
capitalistico il fatto che l'enorme aumento di produttività ottenuto
grazie alla "rivoluzione microelettronica" non renda possibile un buon
livello di vita per tutti. Al contrario: il lavoro viene compresso, i
ritmi di lavoro accelerati e i salari ridotti. Dappertutto nel mondo
sempre più persone devono vendersi alle peggiori condizioni poiché la
loro forza-lavoro è sempre più deprezzata in relazione al livello di
produttività vigente.
Alle contraddizioni del capitalismo appartiene però anche che esso
stesso mina i propri fondamenti, poiché una società che si basa sullo
sfruttamento della forza-lavoro umana incontra i propri limiti
strutturali quando essa rende superflua in sempre più crescente misura
questa stessa forza-lavoro. La dinamica dell'economia mondiale è tenuta
in corsa, oramai da più di 30 anni, solo da una sempre crescente bolla
speculativa e creditizia ("capitale fittizio"). Il capitale ha iniziato
a rivolgersi verso i mercati finanziari perché l'economia reale non
offriva più alcuna soddisfacente possibilità di investimento. Gli stati
si sono indebitati per sanare i bilanci e sempre più persone hanno
iniziato a finanziare i loro consumi direttamente o indirettamente con
il credito. In questo modo la sfera finanziaria è divenuta l'"industria
di base" del mercato mondiale e il motore della crescita capitalistica.
La tanto decantata economia reale non è dunque stata "schiacciata" dalla
sfera finanziaria, al contrario, essa ha potuto rifiorire solo come sua
appendice. Il "miracolo economico cinese" e la "Germania campione
mondiale dell'export" degli ultimi decenni non avrebbero potuto esistere
senza questo gigantesco circuito di indebitamento globale, con gli USA a
giocare un ruolo centrale

*Stato di emergenza e stagflazione*
Questo continuo procrastinare la crisi ha raggiunto i suoi limiti. Non
c'è comunque da esserne troppo felici. Gli effetti potrebbero essere
drammatici, poiché adesso l'insieme di crisi e svalorizzazione
accumulatosi negli ultimi trenta anni potrebbe scaricarsi con estrema
violenza. La politica può al massimo influire sui ritmi e sul corso di
questo processo, tuttavia non può fermarlo. Le miliardarie "manovre
anti-crisi" possono fallire, e la crisi rovinerebbe sulla cosiddetta
"economia reale" con conseguenze catastrofiche, oppure possono riuscire
a "tenere" ancora una volta, causando però un esorbitante aumento del
debito pubblico che porterà ad un nuovo gigantesco collasso finanziario
in un prossimo futuro. Il ritorno della "stagflazione" -- inflazione
galoppante combinata ad una contemporanea recessione -- è già in corso,
ad un livello più alto di quello degli anni '70.
Negli ultimi decenni i salari sono stati fortemente compressi, le
condizioni di lavoro precarizzate e gran parte del settore pubblico
privatizzata, tanto che una parte insospettabilmente più grande del
previsto di persone, e in quantità sempre più crescente, è diventata
semplicemente superflua. Il tanto reclamato "ruolo rinnovato dello
stato" non ha la minima chance di ricreare un nuovo
"welfare-capitalismo" stile anni '60-'70, con la piena occupazione e un
crescente benessere collettivo. Al contrario, servirà solo ad
organizzare ed amministrare l'esclusione sociale, razziale e
nazionalistica. Il ritorno della "politica regolativa" e del
"capitalismo di stato" è concepibile solo nella forma di uno stato di
emergenza repressivo e autoritario.

*Il mondo è troppo ricco per il capitalismo*
L'attuale crisi dei mercati finanziari segna un punto di non-ritorno
nell'epoca del capitale fittizio e con ciò la crisi fondamentale del
capitalismo, visibile sin dagli anni '70, raggiunge un nuovo livello.
Questa crisi non è quella di uno specifico "sistema anglo-sassone" del
"neo-liberismo", come viene talvolta affermato a seguito di
mobilitazioni mosse da un sentimento anti-americano con venature
anti-semitiche. Piuttosto ciò che si mostra adesso è che il mondo è
troppo ricco per il miserabile modo di produzione capitalistico, che la
società è destinata a frantumarsi, inselvatichirsi ed essere ridotta
alla mercé della miseria, della violenza e dell'irrazionalità se non
riesce ad oltrepassarlo una volta per tutte.
Il problema non sono gli "speculatori" o i mercati finanziari, bensì
l'assurdità di un sistema sociale che produce ricchezza solo come
prodotto di scarto della valorizzazione del capitale, sia essa reale o
fittizia. Il ritorno ad un capitalismo solo apparentemente stabile,
fondato sull'impiego di enormi masse di lavoratori, non è più possibile
né auspicabile.
Ogni sacrificio che ci venga richiesto per mantenere in vita la
(auto)distruttiva dinamica di questo folle modo di produzione e di vita
è una sberleffo alla dignitosa esistenza che già da lungo tempo sarebbe
possibile vivere in una società emancipata dalla produzione delle merci,
dal denaro e dallo stato. La crisi mette in questione l'intero sistema.
Sta a noi, adesso, trovare la risposta.

Gruppo Krisis