5 novembre 2009

Lo spettro della bolla che si aggira per la realtà

*di Vladimiro Giacchè

La spiegazione della crisi attuale come una crisi finanziaria che ha
contagiato l'economia reale è oggi largamente prevalente. Si tratta
della versione contemporanea della concezione, ben nota a Marx, secondo
cui la crisi sarebbe dovuta «all'eccesso di speculazioni e all'abuso del
credito». Precisamente questa spiegazione delle crisi era stata
sostenuta dalla commissione incaricata dalla Camera dei Comuni inglese
di redigere un rapporto sulla crisi del 1857. Marx contestava questo
punto di vista: «la speculazione di regola si presenta nei periodi in
cui la sovrapproduzione è in pieno corso. Essa offre alla
sovrapproduzione momentanei canali di sbocco, e proprio per questo
accelera lo scoppio della crisi e ne aumenta la virulenza. La crisi
stessa scoppia dapprima nel campo della speculazione e solo
successivamente passa a quello della produzione. Non la
sovrapproduzione, ma la sovraspeculazione, che a sua volta è solo un
sintomo della sovrapproduzione, appare perciò agli occhi
dell'osservatore superficiale come causa della crisi».*


*Oltre ogni limite*

*Per Marx i motivi per cui le crisi si presentano come crisi creditizie
e monetarie sono senz'altro radicati in alcune caratteristiche di fondo
del funzionamento dell'economia capitalistica. Ma le crisi non sono in
primo luogo creditizie e monetarie: alla loro base si trova la
sovrapproduzione di capitale e di merci. Il fatto è che per Marx il
credito è uno dei principali strumenti attraverso cui il capitale tenta
di superare i propri limiti. Infatti, grazie al credito i «limiti del
consumo vengono allargati dalla intensificazione del processo di
riproduzione, che da un lato accresce il consumo di reddito da parte
degli operai e dei capitalisti, d'altro lato si identifica con
l'intensificazione del consumo produttivo». Inoltre il credito «spinge
la produzione capitalistica al di là dei suoi limiti» anche nel senso di
porre a disposizione della produzione «tutto il capitale disponibile e
anche potenziale della società, nella misura in cui esso non è stato già
attivamente investito».*

* È precisamente per questi motivi, osserva Marx nel manoscritto del
terzo libro del Capitale, che il credito appare come la causa della
sovrapproduzione: «se il credito appare come la leva principale della
sovrapproduzione e degli eccessi e della sovraspeculazione nel
commercio, ciò accade soltanto perché il processo di riproduzione, che
per sua natura è elastico, viene qui forzato sino al suo estremo limite,
e vi viene forzato proprio perché una gran parte del capitale sociale
viene impiegata da coloro che non ne sono proprietari, che quindi
rischiano in misura ben diversa dal proprietario il quale, sinché agisce
in prima persona, considera con preoccupazione i limiti del proprio
capitale privato».*

*A questo riguardo è interessante notare come un aspetto contro cui
puntano il dito alcuni critici odierni della finanza, ossia il fatto che
essa utilizza il denaro di altri, per Marx non è una patologia ma una
caratteristica di fondo del sistema creditizio. Ancora più interessante
è notare che credito e finanza negli ultimi decenni hanno avuto proprio
la funzione di forzare i limiti di consumo dei lavoratori (contrastando
le conseguenze della compressione dei redditi da lavoro) e di
allontanare nel tempo lo scoppio della crisi da sovrapproduzione
nell'industria (grazie sia al credito al consumo che a tassi molto bassi
tali da consentire alle imprese di rinegoziare il proprio debito a tassi
favorevoli), oltre a fornire al capitale in crisi di valorizzazione nel
settore industriale alternative d'investimento ad elevata redditività
(la finanza ha consentito di drogare i profitti di molte imprese
manifatturiere).*

*Purtroppo, grazie al credito si può ben spingere la produzione oltre i
limiti del consumo (ossia dell'effettiva domanda pagante), ma alla fine
il processo si inceppa e la crisi si incarica di dimostrarci che quel
limite è invalicabile. Le merci restano invendute, cominciano i ritardi
nei pagamenti, la circolazione si arresta in più punti, e infine tutto
il meccanismo entra in stallo.*

*A questo punto il credito si contrae: la restrizione del credito e la
richiesta di pagamenti in contanti contribuiscono a conferire alla crisi
la sua apparenza di crisi creditizia e monetaria. Ma la realtà secondo
Marx è un'altra. Emergono «transazioni truffaldine, che ora sono
scoppiate e vengono alla luce del sole; esse rappresentano speculazioni
andate male e fatte con il denaro altrui». Ma emerge soprattutto il
fatto che le merci restano invendute e perdono il loro valore e che i
profitti attesi non possono più essere realizzati.*


*I sintomi nascosti dalla bolla*

*Dietro la crisi «creditizia e monetaria», oltre al fallimento di
speculazioni nate nel momento di massima espansione del credito, c'è
insomma una crisi di sovrapproduzione e di realizzazione del capitale.
Questo è vero in generale, ed è vero anche per quanto riguarda la crisi
scoppiata nel 2007. Lo dimostra una ricerca pubblicata dall'Ocse nel
maggio del 2009 - e completamente ignorata da gran parte degli
economisti e dei commentatori - che evidenzia come la produttività del
lavoro fosse in rallentamento già molto prima dello scoppio della crisi
finanziaria. Ora, siccome la produttività è calcolata in termini di
quantità di merci prodotte per lavoratore, un suo calo (soprattutto se
marcato e improvviso) indica una diminuzione della produzione a seguito
di sovrapproduzione, o - come oggi si preferisce dire - «eccesso di
offerta» (excess supply): in tal caso infatti le merci invendute
inducono a diminuire la produzione e a non utilizzare appieno la
capacità produttiva. Nel settore delle costruzioni Usa il calo inizia
tra i due e i quattro anni prima della crisi; sino a quando, nel 2007,
la produttività del lavoro in tale settore segna un -12%. Alla base c'è
quindi, affermano quindi D. Brackfield e J. Oliveira Martins, gli autori
della ricerca, «un problema di eccesso di offerta». Per un certo periodo
è sembrato che «una forte spinta alla domanda attraverso un'estensione
delle facilitazioni creditizie avrebbe potuto compensare i problemi dal
lato dell'offerta. Ma alla fine si è dovuto pagare pegno all'economia
reale». Va notato che non soltanto negli Usa, ma anche in Europa e in
Giappone, tra il 2006 e il 2007 vi è un stato chiaro rallentamento della
produttività. La conclusione della ricerca è espressa in termini
diplomatici, ma è chiara lo stesso: «rispetto all'assunto che il
deterioramento dell'economia reale sia stato semplicemente causato dalla
crisi finanziaria, i dati danno sostegno ad una relazione più
complessa». Insomma: la crisi, una classica crisi da sovrapproduzione, è
precedente lo scoppio della bolla creditizia. La bolla creditizia l'ha
prima mascherata e poi, esplodendo, ha creato l'illusione di esserne la
causa.*


*La carestia di denaro*

*A questo punto, proprio per il fatto che l'eccesso del credito nel
settore immobiliare statunitense era solo la punta dell'iceberg di un
fenomeno molto più generale, si è prodotta una drammatica accelerazione
della crisi, con massicce svalutazioni di titoli finanziari dovute a
vendite a qualsiasi prezzo pur di onorare i propri debiti (infatti molti
investimenti in titoli erano stati effettuati per mezzo di debito, che
si contava di ripagare - come era sempre avvenuto in precedenza - grazie
alla crescita di prezzo di quegli stessi titoli).*

*Si è inoltre prodotta quella caratteristica «carestia di denaro» che
trasforma il denaro stesso, da semplice mezzo di circolazione del
capitale, in «merce assoluta», in «forma autonoma del valore» superiore
e contrapposta alle singole merci: in parallelo all'assottigliarsi dei
flussi finanziari è aumentata la richiesta di mezzi di pagamento, quali
le banconote, e si sono verificati rilevanti fenomeni di
tesaurizzazione. Dopo il fallimento di Lehman Brothers, nel settembre
2008, la circolazione del capitale è sembrata interrompersi e gli stessi
prestiti interbancari si sono per qualche tempo letteralmente
paralizzati su scala mondiale.*

*La crisi scoppiata nel 2007 ha assunto col passare dei mesi le
caratteristiche di una vera e propria crisi generale. Attraverso di essa
si è verificata una enorme distruzione di capitale su scala mondiale.
Questa fase è tuttora in corso, a dispetto del fiume di denaro impiegato
dagli Stati per tamponare la crisi e del mantra secondo cui «il peggio è
alle nostre spalle». Anche molti di coloro che ripetono queste parole
rassicuranti in realtà si chiedono di quale entità debba essere la
distruzione di capitale per ripristinare condizioni più elevate di
redditività del capitale investito e quindi a far ripartire
l'accumulazione. Non è facile rispondere: l'unica certezza è che lo
scenario è senz'altro assai peggiore delle recessioni dei primi anni
Settanta, e trova confronti soltanto con le crisi del 1873 e del 1929.*

*Tutto questo dovrebbe però sollecitare alcuni interrogativi più di
fondo: circa la sensatezza e sostenibilità sociale di un sistema che ha
bisogno di crisi ricorrenti e di distruzione di capitale su così larga
scala per andare avanti. Per Marx, proprio «nelle contraddizioni, crisi
e convulsioni acute si manifesta la crescente inadeguatezza dello
sviluppo produttivo della società rispetto ai rapporti di produzione che
ha avuto finora» e la necessità di «far posto a un livello superiore di
produzione sociale». Come sappiamo, negli ultimi decenni l'idea stessa
di un «livello superiore di produzione sociale» è stata accantonata come
un'utopia totalitaria. Da allora, la nostra vita non sembra migliorata.*

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*Vladimiro Giacché *è nato a La Spezia nel 1963. Si è laureato e
perfezionato in Filosofia alla Scuola Normale di Pisa. Lavora nel
settore finanziario. È autore di volumi e saggi di argomento filosofico
ed economico. Suoi articoli sono stati pubblicati in volumi collettanei
e ospitati su numerose riviste italiane e straniere.*
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*L'egotico impenitente*

*Zag(c) <http://zincao.blogspot.com/>*

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