2 novembre 2009

Il ritorno dello Stato come amministratore della crisi

*
Continuo con la pubblicazioni di economisti e no che fanno una analisi
spietata e nello stesso tempo scientifica ( a mio parere) dell'origine
della crisi , di quest'ultima crisi del capitalismo.
Molti sono i mascheramenti e i veli che vogliono calare sulla crisi in
atto, la colpa di quattro gatti criminali di manager, le politiche
assatanate di quattro banchieri assetati di sangue, oppure il continuo
minimizzare le conseguenze della crisi. Così si và da "ha dà passà a
nuttata" , all'incitamento all' ottimismo con conseguente sprono al
consumo. I Bond, gl swap, i derivati, i future tutti strumenti che hanno
un unico comun denominatore, che partono da una unica base e che
arrivano tutti ad un identico obbiettivo
*

di Norbert Trenkle

1.
Gran parte della sinistra riconduce l'attuale crisi economica mondiale a
cause politiche. Secondo questa sinistra, il neo-liberalismo, che ha
totalmente deregolamentato il mercato e in modo particolare scatenato i
mercati finanziari, ha fallito. Adesso ci aspetterebbe una nuova era di
regolamentazione e controllo statale, su cui diventerebbe perciò
essenziale incidere. Punti centrali sarebbero il ridimensionamento del
capitale finanziario e il rafforzamento dell'economia reale, la quale da
parte sua dovrebbe essere riformata in senso ecologico e sociale. La
riuscita di questo progetto dipenderebbe soprattutto dai rapporti di
forza e dalla mobilitazione politica.

2.
Questa analisi trascura però l'origine di fondo della crisi globale.
Anche se essa è stata innescata da un crack dei mercati finanziari, le
sue cause vanno cercate in tutt'altro luogo. L'enorme rigonfiamento dei
mercati finanziari degli ultimi 30 anni non dipende da decisioni
politiche arbitrarie o sbagliate, ma è espressione di una crisi
strutturale della valorizzazione del capitale, crisi che è emersa con la
fine del boom fordista del dopoguerra. Grazie alla fondamentale
riorganizzazione dei rapporti di lavoro e di produzione avvenuta con il
passaggio alla terza rivoluzione industriale (automatizzazione dei
processi produttivi, flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro,
catena di creazione del valore su basi transnazionali, etc) si è
pervenuti ad una massiva razionalizzazione del lavoro nei settori chiave
del capitalismo. Con ciò si sono però scalzate al tempo stesso le basi
della valorizzazione capitalistica, che poggiano sull'utilizzo sempre
crescente di forza lavoro. Poiché l'"economia reale" non permetteva più
una valorizzazione sufficiente, questo ha determinato il dirottamento di
un sempre maggior flusso di capitali verso i mercati finanziari, dando
luogo ad una gigantesca bolla di "capitale fittizio" (Marx) non coperto
da alcun valore reale. Senza questo passaggio, che ha permesso di
rimandare la crisi dell'accumulazione capitalistica, l'economia mondiale
sarebbe saltata già da un pezzo. Il prezzo è stato l'accumularsi di un
potenziale di crisi sempre più grande. Sorprendente perciò non è che si
sia arrivati al crash dei mercati finanziari: ciò che andrebbe chiarito
è piuttosto come mai questo crash si sia fatto attendere così a lungo.

3.
Questo differimento è stato possibile solo perché da decenni la politica
statale e internazionale ha puntato in maniera determinata a sostenere
la dinamica dei mercati finanziari reagendo perciò ad ogni crisi
finanziaria (crisi messicana, crisi asiatica, crisi russa, crisi della
new economy, etc) nel medesimo modo, cioè attraverso la creazione di
credito supplementare, così inducendo il rigonfiamento di sempre nuove
bolle. Questo modello di reazione indica come le cause strutturali del
processo di crisi non dipendano dalla politica, ma da una contraddizione
fondamentale propria della dinamica storica del capitalismo,
contraddizione che precede ogni agire cosciente. Il capitalismo crea
enormi forze produttive e un enorme potenziale di ricchezza, che
potrebbero render possibile ad ogni persona (e veramente a tutti) una
buona vita. Ma esse non sono conciliabili con l'ottuso scopo
autoreferenziale dell'utilizzo della forza lavoro vivente ai fini della
produzione di plusvalore, poiché rendono superfluo sempre più lavoro.
Finiscono cioè per determinare un processo fondamentale di crisi che non
solo mina le fondamenta della valorizzazione del capitale, ma anche al
tempo stesso i rapporti sociali di riproduzione che ne dipendono e le
stesse condizioni naturali della vita. Il rigonfiamento dei mercati
finanziari non è la causa di questa crisi, bensì il suo sintomo. Esso
mostra che l'accumulazione capitalistica può ancora funzionare, in modo
precario, solo come appendice del capitale fittizio.

4.
Su questo sfondo diventa chiaro quali contenuti abbia di fatto il tanto
evocato "ritorno dello stato". Nonostante tutte le dichiarazioni per una
"regolamentazione" e un ritorno all'economia reale, il sostegno ai
mercati finanziari e il rigonfiamento di una nuova bolla speculativa e
creditizia sarà anche in avvenire al centro di ogni politica di
amministrazione della crisi. Anche i socialdemocratici di sinistra, i
sindacati ed esponenti di Attac esigono la salvezza delle banche. La
differenza è solo nei dettagli, cioè nella questione se esse dovranno
essere nazionalizzate o meno e chi ne sosterrà i costi. Quest'ultima
domanda tuttavia è già decisa: i costi sono talmente giganteschi, che
essi potranno venir coperti solo con un massiccio indebitamento
pubblico. Tutto il resto ha solo un carattere simbolico ("tassazione
delle ricchezza", porre limiti ai guadagni dei manager, responsabilità
civili dei banchieri, etc.). Non c'è naturalmente niente da obbiettare
nel caso si tolgano soldi ai ricchi, alle banche e agli imprenditori per
ripartirli fra chi ne ha bisogno, tuttavia la funzione di una tale
rivendicazione nel dibattito politico finisce per essere regressiva,
perché serve solo a stigmatizzare quelli che diventano "capri espiatori"
e a calmare l'irritazione moralistica, mentre copre la vera dimensione
della crisi.

5.
Anche se, attraverso una enorme cascata di denaro, dovesse riuscire ad
arrestare il processo di crisi - sia pure ancora una volta in modo
precario - nel gigantesco indebitamento per salvare il sistema
finanziario è prefigurato il fatto che nei prossimi anni gran parte
della riproduzione sociale venga rasa al suolo, poiché essa non sarà più
"finanziabile". È certo che la massa dei debiti accumulati non potrà
essere smantellata nemmeno con la più restrittiva politica del
risparmio. Non è di fatto neanche possibile che sia la massa dei
salariati, dei precari e dei disoccupati a pagarla. Essi però subiranno
gli effetti del "patto di salvataggio" in tutta la sua durezza, poiché
l'indebitamento richiederà restrizioni brutali a qualsiasi politica del
futuro, quale che sia il partito o la tendenza. Così, mentre in futuro
un ulteriore indebitamento dello stato verrà posto entro stretti
confini, il peso degli interessi crescerà enormemente. Le conseguenze
sono facilmente intuibili: la politica si concentrerà sulla
salvaguardia delle "funzioni rilevanti per il sistema", ovvero, accanto
ai mercati finanziari, i rimanenti centri e "cluster" di valorizzazione
produttiva del capitale, le infrastrutture e il personale ad essi
necessari, mentre l'infrastruttura generale, lo stato sociale, il
sistema sanitario pubblico saranno ulteriormente demoliti, salari e
pensioni decurtati (attraverso tagli e come risultato dell'inflazione),
e la massa di persone precarizzate e "superflue" in continuo aumento.
Per queste ultime "amministrazione"della crisi significherà mensa dei
poveri, disciplinamento autoritario ed esclusione. Questo tipo di
gestione della crisi sarà perseguito anche da ogni partito che perverrà
al potere con le parole d'ordine di "riforme sociali ed ecologiche".

6.
L'attuale dibattito sulle riforme è una farsa, poiché suggerisce una
prospettiva per la quale non vi è più alcuna base materiale. Nel periodo
di crescita del capitalismo, e in particolare nell'epoca del boom
fordista del dopo guerra, era possibile un relativo miglioramento delle
condizioni di lavoro e di vita entro lo spazio capitalistico, poiché la
dinamica di accrescimento del movimento di valorizzazione spingeva verso
l'integrazione di un crescente numero di persone nel sistema
dell'utilizzo di forza lavoro e della produzione di merci. Da quando un
sempre maggior numero di persone è diventato "superfluo" dal punto di
vista capitalistico, la funzione della "politica delle riforme" si è
ridotta ad organizzare e regolare la sempre più crescente frammentazione
sociale e regionale della società. Questa tendenza non potrà che
rafforzarsi nel corso della crisi. Per contrastare questa politica di
"demolizione" è necessaria una radicale trasformazione della concezione
di ricchezza sociale. Solo allora le lotte -- quelle dei lavoratori come
quelle contro l'abbattimento dello stato sociale e delle infrastrutture
o quelle che puntano all'appropriazione diretta e collettiva delle
risorse (mezzi di produzione, abitazioni, spazi culturali e sociali,
etc.) - potranno avere una nuova prospettiva di di emancipazione. Finché
la ricchezza verrà pensata solo nella forma della merce e del valore,
quindi l'accesso alla ricchezza materiale apparirà sempre solo possibile
attraverso il denaro, le restrizioni e le follie di questa forma sociale
verranno presupposte ed accettate. Così per esempio la massiva chiusura
di siti produttivi, dove magari vengono prodotte cose utili (come ad
esempio buoni alimenti), sembrerà sempre "inevitabile", mentre al tempo
stesso si lotterà accanitamente per il mantenimento e l'ampliamento
della produzione di auto, sebbene gli effetti di avvelenamento del clima
siano oramai da lungo tempo noti a tutti. L'unica via di uscita dal
corso autodistruttivo della società della merce sembra così bloccata da
questa forma-mentis. Essa comincia nella testa e prosegue
nell'orientamento dell'azione. Sta a noi forzare questo blocco.

--
Zag(c) <http://zincao.blogspot.com/>

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