6 novembre 2009

Intenzionalità della svalutazione del dollaro?

* *
di Domenico Moro
Il crollo del dollaro negli ultimi mesi ha fatto pensare che sia stato
in qualche modo pilotato dall'amministrazione Obama allo scopo di
ridurre l'abnorme debito commerciale estero statunitense. Bisogna
ammettere che chi la pensa in questo modo è in buona compagnia, visto
che lo stesso Trichet, presidente della Banca centrale europea, ha
rivolto ieri un appello alle autorità Usa a favore di un dollaro più forte.
La richiesta di Trichet è comprendibile alla luce della difficoltà di
Eurolandia nelle esportazioni verso gli Usa a causa dell'apprezzamento
dell'euro. Comprensibile, ma senza fondamento, perché la svalutazione
del dollaro è tutt'altro che voluta dal governo Usa ed è semmai una
conseguenza necessaria di scelte indirizzate verso ben altri obiettivi.
In primo luogo, bisogna notare che il dollaro è da diversi anni che
tende a svalutarsi rispetto all'euro. Il rafforzamento della valuta di
Eurolandia va oltre la situazione contingente e semmai ha la sua radice
nell'indebolimento storico dell'economia Usa e di conseguenza nella
incapacità degli Usa a sostenere una moneta "mondiale". In tal modo, di
riflesso si rafforza l'unica valuta che dietro di sé ha condizioni
simili a quelle Usa: una economia grande e potente e una struttura
finanziaria sufficientemente sviluppata in grado di rappresentare una
alternativa per i flussi mondiali di capitale.
Detto questo, vediamo perché per Obama il crollo del dollaro non può
essere una scelta intenzionale. Innanzi tutto, il debito commerciale Usa
è troppo grande per poter essere risolto con la svalutazione del
dollaro. C'è stata in effetti una piccola riduzione del debito
commerciale nell'ultimo anno, ma questo non è dovuto all'aumento delle
esportazioni Usa che, secondo il ragionamento di alcuni, sarebbero
dovute essere favorite dal deprezzamento del dollaro, permettendo così
di praticare prezzi più competitivi. Viceversa, è da attribuirsi al
crollo delle importazioni, causato dall'aumento della disoccupazione e
dall'interruzione, a seguito della "crisi dei mutui", del meccanismo che
permetteva a decine di milioni di statunitensi, alle prese con salari
reali decurtati, di acquistare a credito merci di importazione.
Soprattutto molto interessante è quanto dice David Lubin di Citigroup,
ovvero che tra 2005 e 2008 il cambio effettivo reale cinese si è
apprezzato del 15%, mentre il surplus corrente passava dal 7% al 10% del
Pil. E sappiamo che la gran parte del surplus del commercio estero
cinese è con gli Usa. Cosa vuol dire? Vuol dire che le variazioni del
cambio non hanno effetti sulla relazione commerciale con la Cina e che
la reiterata richiesta Usa ai cinesi di rivalutare lo yuan renmimbi per
riequilibrare la squilibrio commerciale è fumo negli occhi.
Comunque, se la svalutazione del dollaro è inutile dal punto di vista
del riequilibrio del debito commerciale estero, risulta deleteria per
quanto riguarda il crescente debito federale. Infatti, come tutti sanno,
questo è finanziato dagli acquisti di titoli del Tesoro Usa da parte dei
detentori di surplus commerciali, in primis dalla solita Cina. Se il
dollaro si deprezza anche i risparmi detenuti dalla Cina e dagli altri
Paesi (Giappone, Russia, Arabia Saudita, ecc.) perdono valore, creando
una spinta a diversificare, a favore di altre valute (in primis l'euro),
il paniere delle valute di riserva, come sembra sia già accaduto (la
composizione della riserva cinese è segreta).
Di sicuro c'è che negli ultimi tre mesi la Cina ha acquistato solo
titoli del debito Usa a breve, evitando quelli a lunga scadenza. La
verità è che questo meccanismo fa comodo agli Usa, ridottisi a Stato
/rentier /(che vive di rendita), perché gli permette di drenare, almeno
finché la Cina e altri Paesi non sviluppino mercati finanziari adeguati,
il risparmio mondiale verso i propri mercati finanziari. Non c'è,
quindi, neanche un vero interesse a modificare le relazioni economiche
con la Cina (e a svalutare il dollaro), visto che il surplus commerciale
di questa, poi, prende la via dei mercati finanziari Usa, che a loro
volta provvedono a indirizzarlo verso investimenti produttivi o di
portafoglio in giro per il mondo.
Si tratta, in effetti, di niente altro che dell'esercizio di un potere
imperiale. Un potere basato sul cosiddetto signoraggio del dollaro, cioè
sulla capacità di finanziarsi semplicemente battendo moneta, che
rappresenta una sorta di tassa imposta agli altri Paesi. Questo
meccanismo funziona, però, solo finché questa moneta è riconosciuta
valida universalmente, ed è valida nella misura in cui è accettata in
virtù della forza economica dello Stato che la emette.
È tipico degli imperialismi che l'abitudine ad esercitare tale potere
distolga le energie economiche dalla produzione e dallo sviluppo delle
forze produttive, alla cui avanguardia si pongono altri Stati e altre
aree economiche che nel frattempo hanno registrato un maggiore
dinamismo. Infatti, negli ultimi trenta anni gli Usa si sono fortemente
deindustrializzati, riducendo drasticamente la loro quota dell'output
mondiale, mentre masse di lavoratori sono stati licenziati o spostati
nei servizi, molto spesso tutt'altro che "avanzati", dove sono pagati
molto meno. L'impoverimento dei lavoratori si contrappone così
all'arricchimento dell'aristocrazia finanziaria, aumentando il divario
sociale e sospingendo la propensione Usa a basarsi sul credito.
Ad ogni modo, mano a mano che la forza economica viene meno, è
sostituita dalla forza militare. L'invasione dell'Iraq avvenne, ad
esempio, allorché Saddam provò a commercializzare il petrolio in euro,
mentre le reiterate minacce Usa all'Iran sono collegate simili
problematiche energetico-valutarie. Per l'imperialismo, il controllo
delle risorse energetiche estere non è finalizzato alla soddisfazione di
propri bisogni, bensì al mantenimento del proprio dominio, come prova il
ruolo che giocò la contrapposizione dell'impero impero inglese a quello
tedesco per il petrolio della Mesopotamia (ora Iraq) nello scoppio della
Prima guerra mondiale.
La conseguenza dello stato di guerra latente o guerreggiato è, però, che
l'imperialismo si ritrova appesantito da un debito pubblico sempre
maggiore, che richiede maggiori finanziamenti e quindi di nuovo un
rafforzamento dell'esercizio del potere militare, avviluppando così lo
Stato imperialista e /rentier/ in un circuito vizioso dal quale non può
affrancarsi.

Domenico Moro laureato in sociologia, è consulente e ricercatore
indipendente. Collabora come giornalista free lance a quotidiani e
periodici nazionali. Si interessa soprattutto di questioni di economia e
politica internazionale, spaziando dalla condizione dei lavoratori alla
geostrategia ed alle questioni militari.

L'egotico impenitente

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