7 gennaio 2010

Crisi finanziarie e geopolitica: il ruolo dei capitali nel gioco competitivo globale




di Federico Merola


Esperto di finanza strutturata internazionale e docente di Statistica Economica alla facoltà di Economia e Commercio dell’Università delle Tuscia di Viterbo











1. Il mondo post-global: la crisi come resa dei conti nei rapporti di forza tra aree d’influenza Niente sarà più come prima. La gravità e profondità dell’attuale crisi economica è ormai palese a tutti, data l’estrema durezza delle sue manifestazioni. Alla fine del tunnel, peraltro ancora lontana, ci aspetta un mondo totalmente diverso da quello che abbiamo lasciato vissuto per anni. Per un discorso così ampio, occorre innanzitutto smontare un primo “falso ideologico”: quella in atto non è - come spesso si sente dire - una crisi finanziaria. Si tratta, più precisamente, di una “crisi di sistema” che in economia ha una precisa e inequivocabile definizione: si ha una crisi di sistema quando nessuna diversificazione di attività o investimenti consente di evitare perdite. Quello che crolla non è la Borsa, ma i rapporti di produzione così come erano stati impostati da anni. Le crisi di sistema sono molto più rare delle crisi finanziarie, anche se si lasciano spesso annunciare da queste. E la ragione è semplice: la finanza è l’anello di trasmissione dei processi economici reali. In una parola, è una sovrastruttura. In quanto tale, la finanza è strumento della politica, che come sintesi dei rapporti di produzione di un determinato sistema, detta le regole del gioco. E in una più ampia ottica internazionale, tali regole sono a loro volta la “sovrastruttura” dei rapporti e dei bisogni di produzione interni al paese dominante, il quale finisce con essere anche quello che impone agli altri i propri modelli e le proprie condizioni. A bene vedere così è stato anche stavolta La crisi finanziaria internazionale si manifesta nel crollo del modello americano di banca globale universale, fondata sul conflitto di interesse e sulla possibilità di moltiplicare indefinitamente la propria potenza di fuoco, trasferendo rischi spropositati sui mercati interni e internazionali, a dispetto dei due storici fondamentali dell’attività finanziaria e creditizia: il rapporto prudenziale tra attività e patrimonio e il rigore selettivo delle operazioni in base al rispettivo merito di credito. La finanza che è crollata oggi, insomma, è quella che è stata utilizzata come arma di penetrazione internazionale dagli Stati Uniti nell’ambito del c.d. processo di globalizzazione dei mercati, come si è per anni definito il processo politico di affermazione del dominio economico americano sul resto del mondo, quale punta di diamante dell’affermazione del mondo anglosassone e di quello stretto sistema di interessi solitamente identificato come “Patto Atlantico”. Dal tramonto dell’idea di una sfera d’influenza globale del capitale americano e occidentale, nasce il mondo post-global, nel quale la competizione si apre a diverse aree economiche, commerciali, valutarie e, quindi, politiche. Ed è nella scia di questa resa dei conti tra diverse aree d’influenza - auspicabilmente pacifica sebbene non manchino i rischi di conflitti locali - che si scriverà la prossima storia delle relazioni internazionali e delle politiche (anche economiche) nazionali. Una storia che inizia con la prima riunione del G20 (!) - che allarga improvvisamente “al mondo intero” la compagine dei grandi della Terra rispetto allo striminzito G8 al quale eravamo abituati - e con il sorpasso della Cina al Giappone nella speciale graduatoria del primo detentore di debito USA. Ci si rende allora conto che il futuro è già da tempo presente intorno a noi, sebbene in forma latente.
2. Durata e dinamica della crisi in atto Un secondo falso ideologico di uso corrente riguarda l’inizio solo recente della crisi in atto, la sua dinamica accelerata e la sua origine finanziaria. Si confonde, così, la coda con la testa di un processo di distruzione reale di valore che al momento è ben lungi dall’avere una chiara prospettiva di esaurimento temporale. La crisi - invece - non è affatto recente. Si potrebbe certamente discutere a lungo su dove posizionare i suoi primi germogli, ma non possiamo mettere in dubbio la sua galoppata storica. Già nel 2003, sulle colonne di Proteo - nell’ambito di una serie di articoli tutti incentrati sulla crisi finanziaria di allora (era l’epoca di Enron, Cirio e Parmalat, ecc.) - avevamo segnalato, con ampie argomentazione tecniche la natura non transitoria di quella crisi. Sottolineando, tra le altre cose, come “in linea di principio, e storicamente, proprio i vantaggi “commerciali” associati ai conflitti d’interessi sono alla base del successo della banca universale americana sui mercati internazionali. Nel corso degli anni ’90, infatti, la forte competizione internazionale - in un contesto per definizione non regolamentato da alcuna autorità - ha favorito l’affermazione del modello universale statunitense. Oggi questo modello, che si è esteso a quasi tutti i paesi occidentali, è visibilmente in crisi”. Partendo da quelle riflessioni, possiamo dunque dire che nelle sue forme attuali la crisi economico-finanziaria (che è anche una crisi politica e geopolitica) si è determinata già nel corso degli anni ’90, quando il crollo del muro di Berlino ha favorito la sensazione da parte dell’occidente di essere ormai divenuto il padrone incontrastato di questo mondo. Con il supporto di alcune teorie di comodo - riconducibili ai vantaggi delle privatizzazioni; della “deregulation” dell’attività economica e finanziaria; del rafforzamento dei poteri di governo degli stati, anche a dispetto delle garanzie democratiche; della riorganizzazione su base internazionale delle aziende e dei mercati - è partito l’attacco interno a salari e stipendi (a vantaggio di rendite e profitti) e quello esterno ai c.d. paesi in via di Sviluppo, che con l’eccezione recente dei grandi nuovi bacini di attrazione economica (Brasile, Russia, India e Cina), hanno visto peggiorare le proprie condizioni relative di vita. Dopo l’11 settembre 2001 la crisi di sistema si è manifestata in modo più chiaro ed evidente. Ma è finita - probabilmente non a caso - per essere rimossa dal clamore della guerra globale al terrorismo che, lungi dal risolvere le fragilità di un sistema economico occidentale vacillante, probabilmente ha trovato proprio in tale fragilità la propria ragion d’essere. Ma il tentativo di risolvere i problemi con una grande manovra di stampo militarista-keynesiano, ha solo rinviato l’epilogo di qualche anno, non senza ovviamente renderlo più drammatico. I fatti recenti sono noti. Per prima è scoppiata la bolla immobiliare americana, sulla quale era stata costruita un’eccessiva espansione del credito, i cui rischi tuttavia erano poi stati riversati sui mercati secondo una prassi ormai largamente diffusa (c.d. cartolarizzazione). La pervasività nel sistema finanziario internazionale di titoli con un fondamentale così discutibile e aleatorio si è presto manifestata nella forma più drammatica di una caduta di birilli in sequenza, colpendo le banche, le assicurazioni e tutti quegli investitori che più degli altri avevano in portafoglio porzioni di questo grande debito inesigibile (collocato al mercato grazie a conflitti di interessi che sono alla base della scarsa tenuta dell’intero sistema finanziario). Da lì, a catena, sono saltati titoli che erano stati strutturati su quel debito gonfiato o che erano derivati da essi o riconducibili ai principali protagonisti di quel mercato, con quel forte crollo di fiducia che sta alla base dei meccanismi di dissesto dei mercati. E il crollo di fiducia, insieme al crollo dei valori di tutti i beni (mobiliari e immobiliari), si è progressivamente trasmesso a tutti gli altri strumenti e mercati, provocando l’implosione del sistema fino alla necessità di evocare di nuovo lo Stato come unica, insostituibile ciambella di salvataggio di ultima istanza. In questo contesto sono saltate le stesse banche, che per anni avevano ostentato bilanci crescenti ben oltre i tassi di sviluppo dell’economia reale. I primi fallimenti e le prime aggregazioni forzate di banche e società finanziarie hanno fatto capolino sui mercati, dove diversi investitori, come taluni fondi sovrani mediorientali o asiatici, hanno iniziato a intravedere interessanti opportunità di espansione. Opportunità presto rivelatesi illusorie perché ad una prima fase della crisi, a partire dal 2007, e seguita una seconda fase della crisi, più acuta, che ha trascinato giù anche questi eroici novizi della scena finanziaria internazionale. Oggi, i paesi di cui quegli stessi fondi sono espressione si dichiarano disponibili ad intervenire in occidente solo in cambio di maggiore ruolo nella governance degli organismi internazionali. È caduta la maschera, insomma, che porterà al riassetto geopolitico del pianeta. Ed ecco spiegato il G20, impensabile solo qualche mese fa. Nel frattempo, la crisi finanziaria ha evaporato tutta la liquidità del sistema; annientato le cartolarizzazioni; ridotto ai minimi termini i finanziamenti disponibili per qualunque utilizzo e scadenza; eroso la disponibilità di capitale di rischio; penalizzato il risparmio finanziario degli investitori istituzionali e delle famiglie; mortificato l’aspettativa di previdenza legata a piani pensionistici privati (fondi pensione). Le Borse hanno quotato aziende molto al di sotto dei rispettivi fondamentali e i prezzi del know-how tecnologico occidentale sono ormai di inferiori a qualsiasi ragionevole valore del sapere. Al momento l’onda si sta spostando per colpire altri attori e nuovi strumenti. Gli hedge fund, stracolmi di titoli strutturati e derivati, stanno saltando ad uno ad uno mentre è chiaro che l’assenza di disponibilità finanziarie farà saltare, nel 2009, l’intera economia reale. Finché, come già sta cominciando ad accadere, aggredirà valute e paesi, per tirare finalmente le somme del rapido ridimensionamento di tutto l’occidente.
3. La via italiana alla crisi In tale generale contesto si inserisce la situazione dell’Italia, che per una serie di ragioni si presenta persino più delicata rispetto a quella degli altri paesi occidentali ed europei. Infatti:
  In termini generali, l’entità del debito pubblico rispetto al PIL, aggravata da una recessione grave, pone il nostro paese sotto attacco per la scarsa possibilità che ha di uscire autonomamente dalla crisi. L’appartenenza all’Euro ci fa da scudo solo relativamente, se è vero come è vero che il differenziale di finanziamento dello Stato Italiano rispetto a quello tedesco - benchmark di riferimento - è tornato ai livelli pre-euro (oltre 120 basis point di differenza!);
  L’arrivo sull’economia reale della crisi in atto colpirà tutte le fasce di reddito, e soprattutto la classe media che da 20 anni paga già il salato conto dell’inefficienza della PA italiana. Si tratta, peraltro, di quella fascia sociale che oltre a tirare i consumi, spesso tira anche gli investimenti e l’innovazione che creano lavoro;
  L’incapacità di superare la crisi autonomamente ci costringe, per avere la speranza di poterne uscire, ad aspettare che altri facciano i primi passi. Questo significa che da noi la crisi rischia di essere un po’ più lunga. E poiché l’Italia da oltre 10 anni corre al di sotto degli altri paesi occidentali, è plausibile un ulteriore forte ridimensionamento del nostro paese sulla scena internazionale;
  Al forte impatto negativo che ci sarà sul mondo del lavoro, soprattutto giovanile, e del c.d. precariato (ma ormai tutti sono precari!), potranno fare da contrappeso solo adeguate politiche pubbliche le quali, tuttavia, se non adeguatamente modulate, rischiano di deprimere il settore privato invece di rilanciarlo. Un’eventualità che in ragione dell’elevato debito pubblico e dell’insostenibile pressione fiscale presenti in Italia non costituirebbe una prospettiva incoraggiante per il Paese.



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