6 gennaio 2010

Capitalismo, big crisi e piccola sinistra




di Joseph Halevi 
 In Italia la sinistra ufficiale ed i suoi frammenti a sinistra non hanno alcuna visione sistematica della crisi. Per ovvi motivi di compartecipazione al potere, quella ufficiale parla solo di regole, spesso credendo nel mercato - senza peraltro averne una teoria appropriata - molto di più della destra, come con originalità ha sottolineato Riccardo Bellofiore. Le sinistrate frange pur pensando che la crisi sia di sistema, hanno il cervello altrove, concentrato sulla mera sopravvivenza politica. Il 2009 è stato l'anno del travaglio della crisi che continuerà anche nel 2010, basti pensare a tutte le imprese che nel mondo occidentale - dalla Finlandia alla Grecia ed al Portogallo, dall'Italia agli Stati uniti e travalicando l'Oceano Pacifico fino al Giappone - sono in fase di ristrutturazione o di chiusura definitiva, generando comunque disoccupazione e sottoccupazione. Il 2009 è stato però anche l'anno in cui si è evitata la caduta in una nuova Grande Depressione, sebbene nel primo trimestre tutto andasse verso una vera e propria catastrofe economica. Lo scorso giugno Barry Eichengreen dell'università di Berkeley in California aveva prodotto dei grafici, pubblicati anche su quotidiani europei, ove si mostrava che, per un periodo di tempo comparabile, l'ampiezza del crollo della produzione in Usa, Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna e Giappone superava l'implosione del 1929-30. La catastrofe è stata evitata perchè c'è stato ciò che nel linguaggio corrente americano si chiama Big Government (governo di grande spesa) affiancato da una Big (grande) Bank (la Federal Reserve). Ambedue hanno speso a più non posso seguiti dai paesi europei e dal Giappone. Infine la crescita cinese ha fatto risalire i prezzi delle materie prime ed i connessi mercati finanziari. La continuazione della crisi nel 2010 deve essere studiata a partire da questi fatti. L'evidenza mostra che i meccanismi che hanno causato lo sfracello finanziario sono in piedi in forma accentuata. Nessun effetto a catena avrebbe potuto spiegare l'entità delle perdite se queste fossero state originate solo dal mercato del subprime. La dimensione del collasso fu dovuto alla trasformazione di quel mercato nella punta dell'iceberg che caratterizza l'insieme del cosidetto «money manager capitalism» (il capitalismo dei manager dei fondi di investimento/pensione ecc, il termine è di Hyman Minsky). L'essenza di questo tipo di capitalismo si coglie perfettamente guardando alle regole contabili che lo guidano, osservando che sono ancora operanti, solo vengono sospese di tanto in tanto secondo i vari casi. Le regole di contabilità finanziara fanno emergere i profitti delle banche e la stima del valore capitale delle stesse imprese produttive, da valori fittizi. Ciò avviene contabilizzando oggi le entrate future, non quelle già dovute, ma quelle ancora lontane nel tempo la cui esistenza è puramente ipotetica. Il pagamento dei bonus, dei dividendi si effettuava e - con la ripresa di Wall Street e compagnia - si effettua tuttora, facendo i conti senza l'oste. E' evidente che un sistema simile non può che portare ad un indebitamento endemico che in gergo si chiama leverage. Il biennio 2007-2008 ha messo il money manager capitalism in crisi ma le politiche economiche perseguite dal secondo trimestre del 2009 sono state dirette a rimetterne in piedi i perversi meccanismi. Escludo che l'azione delle autorità riesca a guarire il male profondo del money manager capitalism, può però mantenerlo in vita come in effetti sta accadendo sotto i nostri occhi. Il meltdown bancario è stato evitato ma non è stato ridotto il rischio chiamato sistemico e ciò è connaturato al ruolo ormai subordinato assegnato all'investimento reale e quindi all'occupazione. Le regole finanziarie riflettono molto bene l'economia politica del capitalismo emerso negli anni Ottanta negli Usa in conseguenza della stagnazione economica e del disorientamento degli anni Settanta. Fu un'operazione istituzionalmente diretta a privilegiare rendimenti finanziari e le valutazioni borsistiche. Negli anni Novanta Washington trasferì tale preferenza sul piano internazionale. Gli Usa vollero ed ottennero che la valutazione delle imprese e delle attività riflettessero le condizioni di mercato così come emergevavano dagli andamenti borsistici. Nel 2005 le regole afferenti alla finanza furono codificate nell'International Accounting Standards in cui nel trattamento del debito veniva omesso il costo dei prestiti ed il rischio di non pagamento, cioè il maggior fattore di rischio per le banche. In questo modo venivano automaticamente inflazionati i profitti virtuali delle medesime incentivando la corsa al disastro Keynes osservò che la borsa svaluta e rivaluta molti tipi di investimento ogni istante. Quindi, aggiunse, farvi dipendere l'investimento è come se «un agricoltore avendo controllato il barometro a colazione, decidesse di rimuovere il capitale della sua fattoria tra le 10 e le 11 del mattino e valutare se reimmetterlo o meno più tardi o una settimana dopo» (Keynes, mia traduzione). Proprio così sono andate le cose e l'investimento effettivo e quindi l'occupazione reale, non la mezza occupazione di semi disoccupati, ed il salario sono stati i principali perdenti. Oggi per poter continuare come prima l'intera impalcatura economica abbisogna di ininterrotte erogazioni di soldi. Infatti il programma di salvataggio Tarp, varato dal segretario al Tesoro di Bush Hank Paulson, è stato prorogato per 2010 ed analogamente è successo in Gran Bretagna. Si deve inoltre aggiungere che, avendo la crisi svuotato il credito alle famiglie, è scomparsa l'impulsione alla domanda di beni di consumo proveniente dal loro crescente indebitamento. L'investimento è pertanto destinato ad indebolirsi ulteriormente rispetto a considerazioni di ordine finanziario. Non è possible ipotizzare la messa in cantiere di politiche keynesiane volte alla piena occupazione. Semplicemente non vi sono le condizioni di classe e quindi economiche. Non ne esistono le condizioni internazionali che invece si caratterizzano per il permanere degli squilibri nelle bilance commerciali e dei pagamenti (Cina-Usa, Cina-resto del mondo e Germania-Europa) senza adeguati processi compensatori. Pertanto la messa in cantiere di suddette politiche richiederebbe un complesso di strumenti ed istituzioni anche internazionali oggi inesistenti e molto simili a strutture di pianificazione soprattutto se vengono inserite considerazioni di ordine ambientale. Chimere, la realtà è quella della disoccupazione e dell'assenza di lotte dure.
Il Manifesto, 31 dicembre 2009, p. 10
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