9 gennaio 2010

GLOBALIZZAZIONE DEL CAPITALE: MITI E REALTÀ



Anche se datato (pubblicato su COLLEGAMENTI WOBBLY n. 4-5 nuova serie 1997-1998) questo articolo di Bellofiore suscita ancora spunti e riflessioni su Globalizzazione e crisi del capitalismo in un tempo in cui di "questa ultima crisi" ancora non si sospettava la possibilità di una sua origine, ma che già si intravvedevano , almeno Bellofiore lo fa, le origine strutturale della crisi nel capitalismo finanziario e negli investimenti non produttivi , ma speculativi
Zag(c)


di Riccardo Bellofiore
Riccardo Bellofiore insegna all’Università di Bergamo, ed è Research Associate dell’Hisotry and Methodology Group della Faculty of Economics and Econometrics all’Università di Amsterdam. In italiano ha pubblicato una monografia su Claudio Napoleoni (Unicopli, 1991) e sulle condizioni del capitalismo contemporaneo (BFS, 1998). In inglese ha pubblicato sulla teoria economica marxiana (Macmillan 1998, Palgrave 2004) e sull’economista Hyman Minsky (Elgar 2001).


La questione che abbiamo di fronte è di quale sia la configurazione attuale del capitale, quali i suoi movimenti. La tradizione che si rifà a Marx ha sempre avuto tra le sue caratteristiche distintive quella di operare una distinzione fra l'apparenza, o l'ideologia che il capitale naturalmente produce, e la realtà dei rapporti sociali e di potere che quell'apparenza nasconde. Tra l'apparenza e la realtà esisterebbe insomma, secondo questo modo di vedere, un contrasto, al punto addirittura che la prima è un rovesciamento della seconda.
La mia impressione è che la sinistra in Italia, un po' in tutte le sue componenti, si sia resa subalterna ad un vero e proprio degli ideologi del capitale - un pensiero unico che non rappresenta affatto come stanno concretamente le cose, ma le distorce in modo essenziale. Fa parte di questo pensiero unico un'interpretazione delle tendenze attuali sotto l'ombrello della categoria pigliatutto di "globalizzazione": l'idea, cioè, che il capitalismo sarebbe ormai entrato in una fase "inedita", una autentica "svolta epocale", dove si realizza come capitale compiutamente "globale".
Si prenda come esempio la sinistra radicale - una volta si sarebbe detta la sinistra di classe. Qui l'argomentazione più diffusa - egemonica al punto di essere quasi solitaria - è la seguente. Sarebbe ormai alle nostre spalle il modello "fordista-keynesiano", entrato in crisi irreversibile per le intrinseche rigidità tecnologiche, per l'improduttività della spesa pubblica, per l'emergere di limiti naturali allo sviluppo capitalistico. Alla crisi del modello fordista-keynesiano sarebbe seguita una risposta - appunto - in termini di "mondializzazione", o "globalizzazione", del capitale, dove imprese transnazionali, prive di radici e di identità nazionale, investono secondo le convenienze del momento, andando alla caccia dei fattori dal costo più basso e di consumatori dislocati ormai sull'intero pianeta. Il capitale globalizzato sarebbe il capitale determinato dalle dinamiche finanziarie, che si esprimono al massimo grado nella mobilità pressoché perfetta del capitale speculativo. Alla globalizzazione corrisponderebbe, sul terreno produttivo, la ristrutturazione tecnologica e organizzativa dei processi di lavoro, con il passaggio alla fabbrica snella e al cosiddetto "postfordismo": il nuovo ordine produttivo sarebbe caratterizzato dalla partecipazione subalterna nell'impresa manifatturiera da parte dei lavoratori, dalla esternalizzazione di funzioni fuori dal luogo classico della fabbrica, dal lavoro autonomo di seconda generazione. L'accoppiata di mondializzazione e postfordismo determinerebbe a sua volta un incremento di produttività del lavoro talmente in eccesso rispetto all'aumento possibile della produzione vendibile da dar luogo ad una riduzione del lavoro vivo nell'area capitalistica, e perciò, all'emergere di una disoccupazione tecnologica di massa. Ci troveremmo di fronte, per così dire, ad una sorta di eutanasia del capitale portata avanti dal capitale medesimo, con la "fine del lavoro"  e la permanenza del capitale soltanto come dominio immediatamente politico. L'alternativa a questo quadro, certamente a prima vista cupo, sarebbe peraltro inscritta nello stesso movimento reale e consiste nella scelta tra, o nella sommatoria di, riduzione dell'orario di lavoro, terzo settore e/o lavori socialmente utili, reddito minimo di cittadinanza. Ancora una volta, il "progresso" tecnologico come premessa di una liberazione dal lavoro.

Ognuno dei passaggi a cui ho fatto riferimento permette una doppia lettura: una lettura "critica" che è, ovviamente, quella cara ai compagni che se ne fanno promotori da noi come altrove, soprattutto in Europa - ma anche una lettura del tutto "conciliata" con l'esistente. In effetti, la critica al modello fordista-keynesiano riprende gli argomenti che ormai un trentennio fa furono portati dal Club di Roma (i limiti dello sviluppo) o dalla controrivoluzione monetarista (improduttività dello Stato) o dall'economia dell'offerta (rigidità dal lato del lavoro). Il paradigma emergente sulla mondializzazione del capitale riprende a piene mani da autori conservatori, come K.Ohmae, o ancora dalle tesi del segretario del dipartimento del lavoro di Clinton, R.Reich; e prende per oro colato, senza la dovuta distanza critica, i rapporti del Fondo Monetario Internazionale o della Banca Mondiale. Analogamente, il postfordismo è ricostruito secondo le indicazioni degli ultimi guru del management piuttosto che facendo riferimento alle ricerche più serie (e, si deve aggiungere, tutto meno che univoche) sull'argomento. Per quanto riguarda il terzo settore come alternativa alla disoccupazione tecnologica di massa, basta sfogliare il "Sole 24 Ore" per rendersi conto di quanto l'idea stia a cuore alla nostra Confindustria.
Il quadro delineato dall'intepretazione che stiamo discutendo contiene elementi di realtà: è però complessivamente inattendibile, se questo giudizio fosse fondato, le conseguenze politiche che vengono tratte da quell'interpretazione, e che costituiscono spesso il pane quotidiano del pensiero e della prassi politica dell'area a cui facciamo riferimento, sarebbero evidentemente da giudicare sbagliate, se non addirittura pericolose. In questa sede metterò in questione soltanto il punto relativo alla globalizzazione dei mercati e della finanza (la globalizzazione produttiva meriterebbe un discorso a parte) e rimandando per una critica più generale agli argomenti che ho svolto in un articolo pubblicato sulla rivista "Politica ed economia" (n.6/1995).
Conviene partire da una distinzione che viene a volte opportunamente avanzata in alcuni studi recenti tra due possibili modelli idealtipici di economia mondiale: da un lato, l'economia "internazionale"; dall'altro, l'economia autenticamente "globale». Un'economia internazionalizzata è quella basata sull'interconnessione su scala mondiale tra economie nazionali - le quali ultime, perciò, rimangono i soggetti di partenza. Vige un commercio specializzato per aree nazionali, e quindi, rispettando l'etimologia del termine, una vera e propria "divisione" internazionale del lavoro. Sono presenti multinazionali, che però hanno una base, un cuore nazionale: una quota significativa della produzione, e una quota significativa del commercio, hanno luogo su scala nazionale. Se sostituiamo all'aggettivo &laqno;nazionale» l'aggettivo &laqno;regionale» - e per regionale intendiamo sovranazionale, ma non mondiale: sicché area regionale non è il mercato mondiale "globalizzato» ma, per esempio, l'area europea a dominanza tedesca, o l'area est-asiatica a dominanza giapponese, o ancora l'area nord-americana a dominanza statunitense - il quadro rimane in sostanza sempre quello di un'economia inter-nazionale. All'altro estremo, un'economia globalizzata è quella in cui il livello dove si svolgono produzione e commercio, e dove ha luogo lo stesso mercato del lavoro, è quello immediatamente planetario. Non esiste qui una divisione ma una "diffusione" internazionale del lavoro, nel senso che le stesse merci sono prodotte e smerciate ovunque. Il processo economico è, per così dire, disincarnato e deterritorializzato, a immagine e somiglianza della mobilità estrema del capitale finanziario. La situazione che così si configura è, per definizione, ingovernabile dalla politica, o, per quel che conta qui la distinzione, dalla società: gli agenti sono considerati ormai compiutamente dissolti nell'individuo atomistico (la singola impresa come corpo organico) che è homo homini lupus: l'unica possibile opposizione a un capitale mondiale globalizzato potrebbe essere esclusivamente quella di un proletariato mondiale altrettanto globalizzato, quando invece ciò che il capitale produce è sempre meno lavoro, sempre più disintegrato. Di qui, la forza dell'idea che l'unica via d'uscita è una secessione dalla relazione capitalistica in quanto tale.
Se un'economia mondiale del secondo tipo - del tipo "globale" - avesse effettivamente visto la luce negli ultimi anni, ci troveremmo davvero di fronte ad una fase inedita rispetto al capitalismo dei due secoli passati. Un capitalismo, peraltro, che è stato praticamente sempre, sin dai suoi inizi, un capitalismo mondiale nella prima accezione del termine, un capitalismo "internazionale". Tanto per prendere una fonte non sospetta nel Manifesto del partito comunista si trova una descrizione della natura mondiale del capitalismo che può essere impiegata senza alcuna difficoltà a descrivere proprio il capitalismo "inedito" che abbiamo di fronte. Qualche fautore della globalizzazione non avrà difficoltà a ribattere che quella descrizione è prova delle capacità profetiche di Marx. Per quel che mi riguarda, preferisco pensare che il capitale sia un modo di produzione cromosomicamente mondiale - che tende, per la sua essenza più profonda, ad una estensione mondiale della produzione e degli scambi. Da questo punto di vista, semmai, non sarebbe affatto assurdo sostenere che se un salto qualitativo si è verificato, esso ha avuto luogo non tanto attorno al 1970 quanto attorno al 1870: per dirne una, la discontinuità sul terreno della diffusione dell'informazione portata dal telegrafo e dai cavi intercontinentali fu forse più marcata di quella portata negli ultimi venticinque anni dalla rivoluzione microelettronica.
Quello che è sicuro è che la fase di internazionalizzazione il cui inizio è contemporaneo alla pubblicazione del Capitale di Marx e il cui termine coincide con lo scoppio del primo conflitto mondiale - quella che potremmo definire l'età "aurea" del capitale, se non altro perché fu la fase retta dal sistema di cambio aureo (gold standard) nel suo fulgore - fu di estensione e profondità sconosciute e regge ancora benissimo il confronto con la "globalizzazione" di un secolo dopo. Tra il 1870 e il 1913, la crescita del commercio mondiale procedette ad un tasso medio del 3,4% (addirittura al 3,9% tra il 1889 e il 1911), mentre tra il 1914 e il 1950 si ridurrà all'1%, per risalire poi nell'epoca keynesiana tra il 1950 e il 1973 al 9%, e tornare infine tra il 1973 e il 1990 al 3,6%, un valore appunto comparabile con quello del gold standard. Secondo numerose ricerche, il peso dei movimenti di capitali sul prodotto interno lordo era addirittura maggiore all'inizio del secolo che non negli anni '80 (il che è in parte dovuto alla crescente importanza della quota di produzione che non risulta "destinata alla vendita"). Per quel che riguarda il mercato del lavoro, si deve notare che qui è tutto l'800 a battere il cosiddetto capitalismo globalizzato, con flussi migratori di portata biblica che non hanno avuto da allora l'eguale. Certo, i luoghi di provenienza e di destinazione erano ben diversi, e questo spiega la ben diversa "apertura" delle due fasi (a tutto vantaggio, si è detto, di quella più antica): tra il 1815 e il 1915 quasi cento milioni di migranti (60 milioni di origine europea, 10 milioni di russi, 12 milioni di cinesi, 6 milioni di giapponesi, 1,5 milioni di indiani) si rivolgevano a paesi che, lungi dall'istituire rigidi controlli o barriere insormontabili come avviene al giorno d'oggi negli Stati Uniti o in Europa occidentale, li accoglievano quasi sempre con favore.
L'economia "internazionale" a cavallo tra '800 e '900 crolla - per motivi su cui non mi soffermerò - con la Grande Guerra: tra i due conflitti mondiali, l'interscambio commerciale e le esportazioni crollano, lasciando il passo ad una fase di protezionismo e di disintegrazione dell'economia mondiale. Tornando per un attimo ancora al capitalismo del gold standard, se è certo vero che non si trattava affatto, come vuole la leggenda liberista, di un capitalismo "automatico" me di un capitalismo anch'esso "governato" (soprattutto dal punto di vista della banca centrale del paese egemone, l'impero britannico, in grado con variazioni minime del proprio tasso di sconto di regolare l'offerta di moneta mondiale secondo i bisogni del commercio), è però altrettanto vero che, una volta fatta la scelta di aderire al sistema aureo, l'autonomia degli stati nazionali era ridotta non meno, e forse ancor più, di quanto sia al giorno d'oggi. A conferma, basti qui un riferimento alla facilità con cui paesi come l'Italia o l'Inghilterra nel settembre 1992 sono usciti dal sistema monetario europeo riacquisendo quei margini di libertà per le proprie (peraltro sciagurate) politiche economiche che avevano perso "legandosi le mani" con la Bundesbank, senza d'altra parte incorrere nelle catastrofi preconizzate un giorno sì e l'altro pure dai fautori dell'Europa "di Maastricht" o dell'ineluttabile destino "globale" del capitale.

Da quanto detto è già possibile tirare una prima conclusione: forse gli autori che parlano di globalizzazione del capitale sbagliano pietra di paragone. Come la stessa sigla di "post" fordismo icasticamente mette in evidenza, il confronto è da essi effettuato con l'era cosiddetta keynesiana, o al più - nel migliore dei casi - si considera l'arco del novecento come &"secolo breve". Non andando più indietro, sfugge loro che un modello altrettanto internazionale di quello che abbiamo di fronte fu l'epoca del gold standard. E' così loro possibile istituendo un paragone, dapprima, con una fase, quella protezionistica, di crisi e regressione della natura mondiale del capitale, e poi con una fase, quella keynesiana, di ricostruzione del quadro internazionale  sopravvalutare gli elementi di discontinuità della fase attuale, sino ad affermarne addirittura l'unicità "inedita".
Le considerazioni che precedono sollecitano qualche precisazione ulteriore sul "fordismo" (espressione che anch'io impiegherò come sinonimo dell'era keynesiana: benché tanto l'una che l'altra denominazione si prestino a più di una qualificazione). Nell'interpretazione dominante, l'epoca keynesiana è in sostanza presentata come fondata sulla dominanza dello Stato-nazione. Ora, anche in questo caso siamo di fronte, più che a una legittima semplificazione, a una grossolana falsificazione. Il modello keynesiano fu anch'esso, a suo modo, un paradigma su scala mondiale, un altro modello del capitale "internazionale": altro rispetto a quello del gold standard, alla cui dissoluzione cercò di mettere rimedio; e altro rispetto a quello attuale, di cui costituì la premessa. Il sistema di Bretton Woods era fondato su presupposti intrinsecamente fragili, e destinato a crollare proprio in ragione del suo funzionamento "normale", per vari motivi: mi limiterò a ricordare i conflitti intercapitalistici (inesistenti, da principio, come portato stesso della guerra e dell'indiscussa egemonia statunitense) e il conflitto industriale (emerso, infine, per il perseguimento stabile di politiche di piena occupazione). Era, comunque, un mondo che, finché durò, si fondava su un unico paese dominante tanto sul terreno politico-militare quanto su quello economico e tecnologico, la cui moneta fu davvero, di fatto (in una misura inedita tanto prima che dopo) moneta "mondiale".
L'epoca keynesiana era basata su cambi fissi, integrazione commerciale, controllo dei movimenti di capitale. Quella che le è seguita vede, al contrario, cambi fluttuanti, integrazione finanziaria, libertà massima per i movimenti di capitale. Questa differenza ne nasconde un'altra, che in fondo giustifica la prima: durante il fordismo - checché ne dica la sinistra di tutti i colori, che ha finito con l'aderire a un antikeynesismo un po' volgare - il pareggio nei bilanci nazionali e internazionali era la norma. L'equilibrio nella bilancia commerciale degli altri paesi era, in particolare, un risultato che stava a cuore agli Stati Uniti, in quanto essi non intendevano intrattenere un avanzo con l'estero di lungo periodo, non intendevano cioè dover esportare capitali per finanziare i disavanzi dei propri concorrenti. Dagli anni '70 vige l'esatto contrario. Se prendiamo, per così dire, i "vincenti" sino alla fine degli anni '80, Germania e Giappone, il loro modello di sviluppo economico prevede avanzi commerciali persistenti i quali, per essere ottenuti appunto su base stabile, richiedono che i partner mantengano nel tempo disavanzi commerciali. Dal momento che i paesi con una bilancia commerciale in attivo danno luogo a esportazioni di capitale, mentre quelli con bilancia commerciale in passivo a importazioni di capitale, era interesse dei primi come dei secondi una liberalizzazione dei movimenti di capitale, quale poi effettivamente si è verificata. D'altra parte, gli anni '70 e '80 sono anni che vedono emergere con prepotenza il problema del "disavanzo», e quindi del suo finanziamento, su più di un terreno: citando un po' alla rinfusa, basti pensare al disavanzo dovuto al doppio shock petrolifero nel 1973-4 e nel 1979, con la questione conseguente del riciclaggio dei petrodollari; al cosiddetto "doppio disavanzo" (nella bilancia commerciale e nel bilancio pubblico: frutto quest'ultimo, si direbbe, più delle politiche monetariste di Reagan che non retaggio ritardato delle politiche keynesiane di Kennedy o Johnson) che esplode negli anni '80 e che ancora affligge gli USA, con i movimenti di capitale ad esso connessi; al disavanzo che in quello stesso decennio colpisce l'America latina, frutto avvelenato della politica delle banche americane; o ancora, nei primi anni '90, all'emergere di disavanzi nella stessa virtuosissima Germania in conseguenza della riunificazione, che spinsero la Bundesbank all'aumento del tasso d'interesse, con conseguente recessione in Europa e inversione dei flussi di capitale.

Dietro il fenomeno apparentemente più "globale" di tutti, la liberalizzazione dei movimenti di capitale, vediamo materializzarsi interessi di agenti sociali, addirittura di aree geo-economiche precise. Il mercato mondiale del "capitale" apre un nuovo terreno di scontro, dove i (temporanei) vincitori di ieri possono divenire i (temporanei) perdenti di oggi, in un conflitto di politiche oltre che di monete, di Stati-nazione oltreché di mercati. Proprio qui, forse - una volta lontani dal mito del capitale "globalizzato" - è possibile rinvenire una prima autentica novità della fase attuale a confronto con l'epoca del gold standard o con quella fordista-keynesiana: essa consiste, paradossalmente, nel fatto che l'una e l'altra erano, per ragioni diverse, più e non meno globali dell'epoca attuale in cui l'universo capitalistico è diviso in tre poli. Non ci troviamo oggi tanto di fronte ad un mercato propriamente mondiale quanto ad un mercato tripolare, e al rapporto talora conflittuale talora cooperativo tra i paesi leader USA, Germania e Giappone - una situazione dove le tre aree di riferimento sono ancora relativamente "chiuse" dal punto di vista dei commerci, e dove gli interscambi tra l'una e l'altra continuano a essere contrattati "politicamente».
Un'altra caratteristica distintiva degli ultimi anni rispetto alla vulgata corrente sulla globalizzazione è relativa alle dinamiche in atto all'interno del processo di allontanamento dall'epoca fordista. Si tratta di ciò: mentre dalla metà degli anni '70 sino alla metà degli anni '80 la parola d'ordine delle politiche economiche, così come dell'ideologia spicciola, è stata quella della deregolazione, ormai da una decina di anni le istituzioni di comando capitalistiche (così come la teoria economica più avvertita) si sono mosse in senso opposto, verso la pratica (e la giustificazione) di una riregolazione - tendenza che, come è ovvio, non coinvolge uno per uno i singoli paesi, ma le aree e le grandi potenze del mondo tripolare. Di questa dinamica fanno parte alcune date storiche. Ne rammento solo due: l'accordo del Plaza del 1985, che segna una rinnovata volontà di controllare gli andamenti valutari, confermata da successivi incontri; la crisi borsistica di New York nel 1987, di dimensioni più gravi del grande crollo del 1929 e però riassorbita senza troppe scosse proprio perché gestita cooperativamente. Il che dimostra, tra l'altro, l'approccio pragmatico di governi e banche centrali, attenti - alla bisogna - a non irrigidirsi in dogmatici richiami al "libero mercato" quando ciò conduca a tensioni insopportabili. Il passo indietro rispetto al governo unitario dei processi che fu tipico del mondo di Bretton Woods vi è dunque stato, ma non è stato totale e ha consentito il mantenimento di organismi di governo intermedi, organismi intermedi di cui si è sentito il bisogno proprio perché l'economia mondiale è lungi dall'essere completamente globalizzata.
In questa riconsiderazione dei diversi stadi attraversati dal capitale come modo di produzione mondiale siamo partiti dal capitalismo del gold standard, per passare all'era keynesiana, per poi chiederci quali fossero le differenze fra l'epoca attuale e la fase fordista. Senza troppa fantasia, e per amor di simmetria, vale la pena interrogarsi anche su ciò che distingue l'economia internazionale di oggi da quella di fine '800. Qualcuno potrebbe essere infatti indotto a interpretare quello che ho detto come una sorta di ritorno al passato dove il sistema capitalistico, attraverso un percorso pieno di peripezie e tutto meno che lineare, finisce col tornare, dopo un secolo, esattamente là dove era partito. Le cose non stanno così: novità ve ne sono e sono importanti. Ma la chiacchiera generica sulla globalizzazione, vedendo novità ovunque, nasconde le nuove realtà invece di rivelarle.
Una prima novità sembra essere che nel mondo attuale il traino all'economia internazionale non viene, come ai tempi del gold standard, dal commercio mondiale ma dagli investimenti diretti all'estero. Questi investimenti sono d'altra parte, e di nuovo in contrasto con la tesi della globalizzazione, concentrati ancor oggi nella triade - anzi, nei primi anni '90 la tendenza appare verso una maggiore, e non una minore, concentrazione nelle aree già sviluppate. Inoltre, seconda nota di cautela, la gran parte di questi investimenti diretti all'estero è costituita da fusioni e acquisizioni; non ha, in altri termini creato nuova capacità produttiva. Il rimando alla crescente finanziarizzazione del capitale è ovvio, e mette in luce una seconda novità: mentre i movimenti di capitale del capitalismo dell'espoca "liberale" classica erano a lungo termine, quelli del capitalismo contemporaneo sono piuttosto di breve termine, e perciò di natura eminentemente speculativa.
Di qui, a cascata, una terza novità: in parte per questa natura speculativa dei movimenti di capitale, in parte come esito del conflitto tra le aree capitalistiche (e cioè banche centrali e governi con nomi e cognomi), si è determinato un livello stabilmente elevato di quello che alcuni economisti amano chiamare il "prezzo del denaro",
il tasso d'interesse a lungo termine, con la conseguenza non tanto laterale di dar vita a consistenti aree di rendita. La progressiva estensione di queste aree di rendita ha finito col modificare la struttura di classe (soprattutto) nei paesi di capitalismo di vecchia industrializzazione, incluso il nostro, modificando i termini del conflitto distributivo. Per limitarmi alla considerazione più ovvia, si è creato un contrasto tra chi paga le tasse e chi percepisce gli interessi: ciò significa, evidentemente, che, visto che tra chi paga le tasse vi sono anche dei lavoratori - verrebbe voglia, pensando al caso italiano, di dire che vi sono soltanto i lavoratori - e visto che soprattutto per i lavoratori l'aumento dell'imposizione fiscale è diventato insostenibile, si diffonde progressivamente nello stesso mondo del lavoro una spinta a ridurre le spese di Stato, qualcosa che complica naturalmente la difesa dello Stato sociale (parte del consenso "popolare" alla Lega o a Berlusconi è venuto di qui).
Bisogna tenere anche conto che una quota - non la più consistente, che va a banche e imprese; ma una percentuale non irrilevante - di chi riceve interessi sta tra le "famiglie", cioè nelle fasce intermedie, e non solo in quelle elevate, del mondo del lavoro: la percezione di un interesse è divenuta, per costoro, una frazione crescente del reddito, complementare a un reddito da lavoro in via di riduzione, contribuendo ad attenuare gli effetti recessivi sulla domanda di consumi (secondo alcuni studi, in Italia l'acquisto di titoli di Stato ha svolto il ruolo di sostituto della previdenza integrativa). Insomma, la composizione di classe si complica - è stata complicata, per così dire, "dall'alto", così come fece la Thatcher che trasformò la classe operaia inglese in un ceto di "piccoli" proprietari. E questa complicazione rende più difficile una unificazione di quel mondo del lavoro che le dinamiche produttive e commerciali del capitalismo contemporaneo tendono per conto loro a frammentare. Mentre il capitalismo del sistema aureo vedeva crescere nel suo seno un antagonista sociale coeso, il quadro degli attori sociali che abbiamo di fronte è molto più complicato, rendendo problematica un'azione politica in contrasto con le tendenze contraddittorie del capitale.
Altre due novità rispetto all'epoca del gold standard si possono accennare velocemente dato che ad esse ho già fatto riferimento in precedenza. La quarta novità è che il commercio attuale ha in buona misura natura regolata, tra aree regionali come anche dentro esse. Dentro questa economia "internazionale" però non è affatto vero, come è stato detto, che agiscano multinazionali ormai "deterritorializzate". La multinazionale ha ancora bisogno di una patria, da asservire ai propri scopi, se possibile, ma che comunque ci si guarda bene dall'abbandonare, nonostante le minacce e i ricatti, anche in presenza di costi più elevati o di regolazioni di cui si farebbe volentieri a meno, perché quella "base" è comunque il luogo di competenze e di relazioni, di mercati e di indotti. La quinta novità riguarda le migrazioni che questa volta premono dall'esterno e non verso l'esterno, e che la gestione politica cerca di ridurre o regolare.

Quale in conclusione il giudizio da dare sulla "globalizzazione" del capitale? Come ho già detto, a me pare che il discorso sulla globalizzazione svolga oggi, se ne sia coscienti o meno, il ruolo del paravento ideologico per una ridefinizione favorevole al capitale dei rapporti di forza tra le classi in un contesto che vede una ridislocazione su scala internazionale di parte importante della produzione manifatturiera - una ridislocazione che non cancella ma anzi approfondisce le gerarchie tra capitalismi, e nella quale soltanto i capitalismi dipendenti come il nostro, quelli caratterizzati da una "industrializzazione di secondo grado", fantasticano di una economia integralmente terziarizzata, o integralmente ridotta alla dimensione della piccola impresa. Questa ripresa di potere da parte del capitale fa seguito alla "grande paura" degli anni '60 e '70: è anche il risultato di interventi politici, mentre proprio la tesi della globalizzazione la presenta come un processo spontaneo e ineluttabile. Come ogni ideologia, la globalizzazione deforma la realtà, sì da far credere - come appunto sembra credere la nostra sinistra "antagonista" - ad una tendenza alla riduzione del lavoro vivo su scala, appunto, "globale", quando invece nei rapporti sociali di produzione ciò che avviene è una estensione e una intensificazione del tempo di lavoro. Un aumento del tempo di lavoro che è il portato della ristrutturazione tecnologica e organizzativa. Basta guardare agli orari di fatto, che indicano una inversione netta della tendenza secolare negli anni '80. Ma non si tratta soltanto di questo, ma anche di una vera e propria esplosione della dimensione del lavoro eterodiretto al di là della sfera che gli è propria, sino a cancellare quasi la distinzione tra tempo di lavoro e tempo di non lavoro.
Si pensi alla coppia lavoro-formazione, o anche alla coppia lavoro-riproduzione. Qui e là, la tendenza di parte capitalistica è quella di scaricare fuori di sé i costi massimizzando i ritorni. Sul mercato del lavoro, chi vuole avere qualche opportunità di restarci deve dedicare un tempo crescente ad acquisire le abilità adeguate a una struttura economica in rapida e ormai continua rivoluzione. La riduzione della dinamica salariale obbliga, per attutirne gli effetti sul consumo reale, a spendere più tempo per acquistare prodotti sotto il vincolo di un reddito calante. L'attacco al Welfare state equivale a una pressione sul lavoro domestico, e quindi sulle donne, per provvedere a prestazioni sostitutive. Aumentano, insomma, il tempo per la formazione, il tempo per il consumo, il tempo per il lavoro domestico. Tutti elementi che entrano in ciò che Marx chiamava "lavoro necessario", e che oggi il capitale, se può, non intende pagare né direttamente né indirettamente: e non pagandoli, abbassa la sussistenza e aumenta il pluslavoro. Stanno crescendo all'unisono plusvalore assoluto e plusvalore relativo: e possono farlo anche perché il discorso sulla globalizzazione è un'arma potente a favore dell'idea che lo stesso capitale è alla mercé del "libero" mercato - un'arma che disarma, perché nasconde il braccio che la muove, e perché disorienta chi viene colpito.

La mia opinione, se dovessi sintetizzarla, è che la situazione attuale, lungi dall'essere una fase di "fine del lavoro", vede ancora la condizione lavorativa al centro. E', sicuramente, una situazione segnata dalla precarizzazione: se uno scambio viene proposto, è tra maggiore incertezza (direttamente, sul posto di lavoro; indirettamente, nelle prestazioni sociali) e minore disoccupazione. La precarizzazione, come sempre, da luogo a diseguaglianze crescenti. Ciò avviene nei diversi tipi di capitalismo che hanno segnato la crisi del fordismo: non soltanto quello di segno anglosassone, ma anche quello centro-europeo. Il crollo del socialismo reale ha aperto una crisi del modello tedesco come modello fondato su un lavoro qualificato e garantito, dentro e fuori la fabbrica - una crisi che è esplosa proprio per la presenza di lavoro qualificato e non garantito a poche centinaia di chilometri a Est.
Sicché, a ben vedere, il confronto tra il capitalismo del gold standard e il capitalismo vincitore della guerra fredda, potrebbe essere riformulato così: mentre il capitalismo di fine '800 vedeva crescere insieme l'internazionalizzazione dell'economia e la forza del movimento operaio, di cui si cercava l'integrazione, il capitalismo di fine '900 accoppia internazionalizzazione e disintegrazione del movimento operaio. Abbiamo di fronte un capitalismo "internazionale" quanto il capitalismo del sistema aureo, con i caratteri di novità di cui si è detto: ma questi caratteri - che sono frutto della modernità tecnologica, organizzativa, finanziaria del capitale odierno - riconducono la società a valori e realtà da capitalismo manchesteriano. Echeggiando Thompson, possiamo dire che viviamo una fase di "ri-formazione" della classe operaia, dove però la precarizzazione si traduce in segmentazione rigida tra inclusi, sempre meno garantiti, ed esclusi.
In questo quadro spinte autoritarie potrebbero venire non dall'alto ma dal basso. Sarebbe, d'altra parte, sbagliato per quel che rimane della sinistra - o comunque la si voglia chiamare - illudersi di poter cavalcare vuoi la "globalizzazione" vuoi la "regionalizzazione" del capitale contemporaneo. La prima tendenza, nella misura in cui è reale, rischia di sfociare ancora una volta in una qualche forma di crisi generalizzata e, soprattutto, di regressione protezionistica, come negli anni '30 di questo secolo. La seconda tendenza difende comunque il privilegio non soltanto di frazioni del capitale ma anche di frazioni di mondo del lavoro, alle prime solidali, e configura pur sempre un capitalismo di guerra, commerciale prima che politica e militare. Se una via d'uscita esiste, essa sta in una "globalizzazione", questa volta autentica dal lato del mondo del lavoro; politicamente costruita anch'essa, certo, ma di cui forse proprio la nuova rivoluzione tecnologica e organizzativa a cui è stato dato il nome un po' vacuo di postfordismo sta ponendo le basi. Ma questa è tutta un'altra storia.