10 gennaio 2010

Nuove frontiere del capitale per nuovi contesti della schiavitù.



di RITA MARTUFI, LUCIANO VASAPOLLO







L'argomento immigrazione  riguarda come sempre le modificazioni del mondo del lavoro e che, vista la situazione socio-economica del nostro Paese merita senza dubbio ulteriori approfondimenti. L’immigrazione è un fenomeno molto diffuso e problematico e delinea non solo i nuovi caratteri del mercato del lavoro e di mercato si tratta con tutte le sue brutalità, ma la stessa strutturazione futura socio-economica e politico-culturale del paese. Considerando che gli immigrati si spostano dai loro paesi di origine per le condizioni estreme di povertà in cui versano, la realtà è che queste persone arrivano nel nostro Paese con viaggi effettuati in condizioni disumane e che spesso vengono respinte perdono la vita nel “viaggio della speranza” e poi non vengono accolte ed inserite in contesti sociali vivibili ma il più delle volte vengono rinchiuse nei cosiddetti Centri di Prima Accoglienza e da lì rispedite nei paesi di origine; questa è la nuova dimensione del razzismo produttivista.




1. I nuovi lavoratori: gli immigrati della nuova “schiavitù” Il multiforme mondo del lavoro ha assunto in questi ultimi decenni collocazioni diverse, ed anche se si è avuto un rafforzamento del settore terziario rispetto a quelli più tradizionali dell’industria e dell’agricoltura, vi sono state modificazioni molto rilevanti, nella demografia della forza-lavoro anche per la diversificazione dei flussi migratori. Si è sviluppato sempre più un settore di lavoratori che si occupano di lavoro domestico, pulizie, sorveglianza, operai, contadini, ecc., insomma del lavoro più “sporco” e meno garantito e che sempre più spesso viene svolto in maggioranza da lavoratori stranieri. I fenomeni migratori di questi ultimi decenni nel nostro Paese testimoniano la presenza sempre maggiore di lavoratori a nero irregolari, precari, sottopagati e senza garanzie e disoccupati che sono le vittime del mercato del lavoro, i nuovi schiavi. Cercheremo di fornire ai lettori strumenti utili per comprendere il mondo del lavoro rappresentato dagli “stranieri” che in Italia sono sempre maggiori in numero ma sempre con minori tutele e garanzie, rappresentando un esercito industriale di riserva, con sempre più alti livelli di ricattabilità e con relazioni socio-economiche improntate sul razzismo produttivista, imposto dalle regole della mondializzazione capitalista nella nuova divisione internazionale del lavoro. Per analizzare le politiche migratorie è necessario effettuare una distinzione tra politiche di immigrazione, ossia quelle riguardanti le condizioni per l’ingresso o l’espulsione in uno Stato, politiche per gli immigrati che concernono le regole e i diritti che hanno coloro che possiedono permessi di soggiorno, ed infine le politiche per i migranti, ossia quelle riguardanti immigrati che non possiedono autorizzazioni necessarie per l’entrata e il soggiorno nel Paese.


2. Le leggi in Italia senza voler dare un quadro completo selle leggi esistenti nel nostro Paese sull’immigrazione, ci sembra però corretto fornire alcuni elementi per comprendere almeno in parte quale è la situazione dal punto di vista legislativo. In Italia la prima legge che riconosce l’esistenza di lavoratori stranieri è quella n. 943 del 1986, che ha come obiettivo quello di regolarizzare la posizione e lo status giuridico degli immigrati. È seguita poi la legge n. 39/1990. che ha cercato di disciplinare e di stabilire programmi per l’integrazione degli stranieri. In realtà comunque queste due leggi sono state molto deludenti e inefficaci, e in sostanza il reale risultato è stato quello di regolarizzare circa 300.000 stranieri (circa 100.000 nel 1986 e circa 200.000 nel 1990) È seguita poi la cosiddetta legge Martelli che ha inserito regole più restrittive per gli ingressi e ha intensificato le regole delle espulsioni già previsti nella legge n. 943/1986; il decreto legge n. 489/1995 (decreto Dini) ha consolidato ancora di più queste disposizioni Si passa poi negli anni più recenti ad altre 2 importanti leggi ossia la legge n. 40/1998 conosciuta come legge Turco-Napolitano e la legge n. 189/2001 conosciuta come legge Bossi-Fini La legge n.40/1998 (Turco-Napolitano) all’articolo 3 riconosce l’esistenza della domanda di un lavoro da parte degli immigrati. La legge prevedeva la possibilità di ingresso nel paese per lavoro subordinato su chiamata nominativa o per lavoro autonomo ed aveva come obiettivo quello della regolamentazione dell’immigrazione regolare per far diminuire quella cosiddetta clandestina. L’idea era quella di dare la possibilità allo straniero di acquisire la cittadinanza italiana e i diritti che ne conseguono (compresi quindi il diritto alla salute, all’istruzione e al ricongiungimento familiare), chi non rientrava tra gli immigrati regolari però , cioè chi non rispondeva alla logica perversa dell’utilità produttiva, era destinato ad essere espulso, in una diretta determinazione da razzismo produttivista, insita nelle logiche del mercato e della divisione internazionale del lavoro. L’articolo 12 della legge ha istituito nel nostro Paese per la prima volta i cosiddetti Centri di permanenza temporanea per tutti gli immigrati “sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera non immediatamente eseguibile”, cioè dei centri di detenzione funzionali alle dinamiche del mercato del lavoro e alle logiche emergenziali della “sicurezza” razzista. I centri di permanenza temporanea (CPT), ora denominati centri di identificazione ed espulsione (CIE), in pratica per la prima volta prevedono la detenzione per persone anche per un semplice illecito amministrativo (come può essere la mancanza di un documento). E’ chiaro che la comunità straniera, le associazioni e i sindacati di base non hanno accettato questa istituzione che di fatto si è rivelata l’ennesima istituzione totalizzante come un carcere e non come un centro di accoglienza. Molte sono state le lotte che si sono avute in questi anni ma la situazione invece di migliorare è andata sempre peggiorando con un imbarbarimento verso quella parte di forza-lavoro che è fortemente condizionata da un altissimo livello di ricattabilità. La legge n. 189/20 cosiddetta Bossi-Fini inasprisce ancora di più la situazione riducendo la possibilità di entrata nel Paese, dal momento che per essere ammessi in territorio italiano deve esserci una offerta di lavoro precedente all’entrata e una sorta di contratto con il quale l’imprenditore garantisce al lavoratore un alloggio e i costi per un suo eventuale rientro al paese di origine. La legge Bossi -Fini inoltre ha soppresso la possibilità di ricongiungimento con i parenti entro il terzo grado ed ha accentuato molto la repressione degli ingressi in Italia. Oltre a ciò tale legge prevede ancora maggiori limitazioni per i cittadini che provengono da Paesi che “non collaborano” in maniera adeguata con il governo italiano nell’ostacolare l’immigrazione clandestina; si ha così una disuguaglianza ancora peggiore perché gli immigrati sono soggetti a diverse regole in base al loro paese di provenienza. Questo breve quadro legislativo mostra comunque che dopo più di venti anni dalla prima legge sulle politiche migratorie in Italia il quadro apparentemente non ancora ben definito è esauriente sulle funzioni di tali leggi che disciplinano e regolamentano i flussi migratori in base alle dinamiche di un mercato del lavoro che deve essere sempre più coercitivo, ad alta ricattabilità, a basse garanzie, e quindi con un razzismo produttivista funzionale alla precarietà più spietata.


3. Alcuni dati di base Se si guardano i dati ISTAT per conoscere il numero totale degli immigrati regolari presenti in Italia, si rileva che a inizio 2008 il numero dei cittadini stranieri residenti compresi quelli della comunità europea sono circa 3.433.000, di cui oltre 2 milioni al Nord (rappresentano il 62% e solo in Lombardia sono più di 900.000) circa 1 milione (25%, nel Lazio oltre 423.000) al centro e mezzo milione al Sud ( 12,5%). I dati forniti da Caritas e Migrantes evidenziano un numero più elevato, ma questo perché si tiene conto anche di stranieri senza la residenza (per ottenerla a volte serve più di un anno). Tra gli immigrati è molto diffuso il lavoro nero ; si tratta di circa 1.500.000 lavoratori che rappresentano il 10% dei lavoratori nei diversi comparti. Va evidenziato che molte assunzioni di lavoratori stranieri vengono effettuate dalle piccole imprese, dove non è applicabile lo Statuto dei Lavoratori, che soprattutto nel Nord del Paese sono più diffuse e che sfruttano maggiormente la forza lavoro migrante tenendo nei loro confronti ancor più basso il livello dei diritti e delle garanzie. La presenza dei lavoratori stranieri è molto elevata nelle imprese che occupano fino a dieci addetti (52,3%) mentre nelle imprese con oltre 50 addetti la percentuale è del 16,9% a fronte di una occupazione di lavoratori italiani del 38,7%.
Dal 31 dicembre 2006 in cui si registrava una presenza di stranieri residenti di circa 3 milioni (2.938.922) si è passati a fine 2007 a circa 4 milioni (3.987.112) ; un dato da segnalare è rappresentato dal numero delle nascite di bambini con entrambi i genitori stranieri nell’anno 2007 che sono 63.000 ( anche se si tratta di una stima è senza dubbio molto indicativa dei nuovi movimenti demografici) ed ancora i minori non comunitari ricongiunti nell’anno 2007 sono 32.744 mentre sono 60.810 gli altri familiari non comunitari che si sono ricongiunti nell’anno 2007.
Altro dato importante da sottolineare riguarda la nascita dei primi imprenditori immigrati; infatti si rileva che oltre un decimo della popolazione straniera residente in Italia svolge un lavoro autonomo, di solito nel settore dell’artigianato; questo fenomeno si è sviluppato soprattutto dall’anno 2000 ( l’85% delle aziende con proprietari immigrati è nato dopo tale anno). E’ chiaro, e i dati lo confermano, che gli immigrati sono più soggetti a rischi di fallimenti perché dispongono di meno assistenza e tutela e coperture bancarie e assicurative rispetto agli italiani, e solo grazie ai rapporti tra parenti e amici riescono a portare avanti le loro piccole imprese; va comunque evidenziato che il reddito medio netto da lavoro anche nel caso di tale piccola autoimprenditorialità, non supera i 900 euro medi al mese.


4. Provenienza degli immigrati Dalle stime delle presenze straniere in Italia in base alla nazionalità di origine è interessante notare che in questi ultimi decenni si è avuto un cambiamento molto sostanziale; mentre ad esempio nel 1992 la presenza straniera in Italia era costituita soprattutto da cittadini comunitari (francesi, inglesi, tedeschi erano tra i primi 10 gruppi più numerosi), la situazione al 1 gennaio 2007 è completamente cambiata. Sono ad esempio diminuite le presenze di marocchini, tunisini e filippini (pur rappresentando comunità molto presenti) e sono aumentate invece le presenze di albanesi e cinesi; l’entrata nella comunità europea ha fatto si ad esempio che i i rumeni rappresentano una delle comunità più consistenti.  “Nell’anno 2006, ogni dieci stranieri cinque hanno la cittadinanza europea, due africana, due asiatica e uno americana. Da tre paesi (Albania,Romania, Ucraina) proviene poco meno del 60 per cento degli immigrati europei e circa il 28 per cento della popolazione straniera complessiva”.


Il 21,5% delle presenze regolari in Italia è rappresentato dalla popolazione rumena seguita da quella albanese che arriva al 10,9%; dall’Africa arriva il 23% degli stranieri , dall’Asia il 16% mentre dall’Europa il 52%. I dati mostrano inoltre che mentre al Nord gli immigrati sono impiegati per la maggior parte nelle imprese, al Centro oltre a una piccola quota di lavoro autonomo, vi è una quota elevata di impiego nel lavoro in famiglia e al Sud gli immigrati lavorano soprattutto in famiglia e nell’agricoltura. Se si guarda invece alla presenza straniera suddivisa per regione appare subito chiaro che nel Nord si registrano i valori più alti (Lombardia con il 23,9%, Veneto con l’11,9%) anche se il Lazio registra comunque un’alta percentuale di stranieri residenti , il 12,1% (dovuta probabilmente alla forte presenza nella città di Roma). 
I dati riferiti agli stranieri residenti per cittadinanza e sesso al 31 dicembre 2007 mostrano delle particolarità che vanno evidenziate; ci riferiamo agli alti valori della percentuale femminile sul totale degli immigrati provenienti da alcuni paesi. Ad esempio il 52,9% degli stranieri provenienti dalla Romania sono donne, l’80,4% degli immigrati che arrivano in Italia dall’Ucraina sono donne; dalle Filippine le donne sono il 58,5% ed ancora dall’Ecuador (il 60,2%), dal Perù (il 60,7%), dalla Georgia (71,6%) , dall’Estonia (90,3%), ecc. Complessivamente è chiaro che queste percentuali sono così elevate perché in Italia le donne straniere sono quelle che vanno a svolgere lavori meno qualificati ( colf, badanti,ecc.). Se si analizza l’ultimo trimestre dell’anno 2008 si evidenzia che la crescita dell’offerta di lavoro interessa solo gli stranieri che rappresentano quasi l’8% delle forze di lavoro complessive. Si evidenzia che il “numero di occupati di origine straniera è cresciuto di 285 mila unità nel confronto anno su anno, oltre il doppio dell’incremento dell’occupazione complessiva (101 mila unità in più): per la componente di nazionalità italiana si registra dunque, in termini assoluti, una riduzione di 184 mila occupati, e la crescita occupazionale osservata è quindi interamente attribuibile alla dinamica dell’occupazione straniera”. Si deve segnalare poi che circa il 75% degli stranieri svolge un lavoro non qualificato anche se i livelli di istruzione sono alti.


Negli anni che vanno dal 2005 al 2008 la forza lavoro degli stranieri è cresciuta considerevolmente, soprattutto quella maschile; va ricordato che le percentuali elevate di presenza femminile di cui si è parlato in precedenza si riferiscono agli arrivi da alcuni paesi in particolare. 
Si nota che a fine 2008 il settore delle costruzioni (pur registrando una caduta) e il settore dei servizi sono quelli in cui gli stranieri trovano maggiore occupazione. Da registrare poi anche un aumento del numero dei disoccupati che ha toccato al 5,1% a fronte di un 4,8% del terzo trimestre del 2007.  Se si prendono in esame i dati con riguardo all’età si nota che l’inserimento al lavoro per giovani fino ai 34 anni è pressoché uguale tra italiani e stranieri mentre gli adulti (35-54 anni) soffrono molto di più l’inserimento rispetto agli italiani ( con una percentuale di oltre il 3% di differenza). Ovviamente tanto più lungo è il periodo di permanenza in Italia dell’immigrato tanto minore è il rischio di rimanere disoccupato .
Le componenti femminili risentono ancora di più di questa situazione anche perché di solito si tratta di donne che sono venute nel nostro Paese per il ricongiungimento familiare e quando si avvicinano al mercato del lavoro sono molto penalizzate. “Indipendentemente dal livello di istruzione, le immigrate segnalano nel Nord e nel Centro tassi di disoccupazione molto più alti delle italiane. Tuttavia un titolo di studio più elevato agevola in questi territori la partecipazione delle straniere al mercato del lavoro. All’aumento del tasso di occupazione si associa la riduzione del tasso di disoccupazione che arriva a dimezzarsi nelle regioni centrali (dal 20,7 al 9,8 per cento). Nel Mezzogiorno il tasso di occupazione delle donne straniere cresce solo lievemente all’aumento del livello di istruzione, mentre quello di disoccupazione è addirittura più basso per le meno istruite. In questo caso l’indicatore è inoltre di circa tre volte inferiore a quello dello stesso segmento delle italiane (rispettivamente, 7,6 e 22,1 per cento) Sempre nel Mezzogiorno, la forte distanza tra il tasso di occupazione delle meno istruite straniere e italiane è peraltro fondamentalmente dovuto al basso livello toccato dalle seconde. In confronto a quelli più bassi, i livelli di istruzione più elevati determinano tuttavia un deciso accrescimento della partecipazione al mercato del lavoro delle donne italiane che vivono nel Mezzogiorno” .
Altro dato interessante riguarda l’età degli immigrati presenti in Italia; quasi il 50% dei nuovi arrivati ha infatti meno di 30 anni mentre solo il 2% hanno più di 50 anni. Anche in questo caso vi è differenza rispetto alle diverse provenienze; ad esempio i lavoratori albanesi per il 35% sono minori di 24 anni ; molto giovani sono mediamente anche i cinesi, i pakistani e gli indiani mentre il 22% dei russi hanno più di 45 anni . E’ chiaro che anche la tipologia di lavoro che andranno a svolgere influisce molto sulla componente dell’età :ad esempio la maggior parte delle donne provenienti dalla Russia e dall’Ucraina con più di 45 anni andranno a svolgere lavori di cura alle persone, il cosiddetto lavoro di “Badante”

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