25 gennaio 2010

L’altra Rosarno, un secolo fa













di Felice Chilanti
Che la storia non sia una linea retta tesa verso il progresso, finite da tempo le grandi narrazioni otto-novecentesche, è convinzione ormai diffusa. Che invece le condizioni di vita dei braccianti immigrati, “nella nostra bella Rosarno” come altrove, possano essere addirittura – per alcuni versi – peggiori di quelle dei lavoratori pugliesi o lucani del primo Novecento – ossia di un secolo fa – è cosa alla quale potrebbe essere difficile credere. Eppure, come si dice in questi casi, è proprio così. In occasione dei cinquant’anni dalla morte di Di Vittorio, amatissimo leader della Cgil dal Patto di Roma del ’44 alla scomparsa, nel ’57, accanto al racconto di Angelo Ferracuti (Di Vittorio a memoria) ripubblicammo un vecchio libro di uno straordinario giornalista, Felice Chilanti, uscito all’inizio degli anni cinquanta, che racconta la vita del giovane Di Vittorio (Storia di una gioventù). La chiave epica della narrazione – opportunamente sottolineata nella prefazione di Davide Orecchio –, l’aura di Eroismo che avvolge la figura del protagonista, nulla tolgono alla verità della ricostruzione storica, di un tempo e di una terra, la Puglia assetata d’inizio secolo, quando Di Vittorio, ancora bambino, era costretto al lavoro nei campi. Il ritorno alla “cafoneria”, la sera, le poche gocce d’olio versate con avarizia sull’“acquasale”, le cimici e i pidocchi, e la paura della disoccupazione e tutto il resto: quando le agenzie hanno cominciato a trasmettere le notizie che arrivavano dalla cittadina calabrese, l’associazione con il passo dedicato alla vita dei braccianti di allora è venuta ovvia – così come per molti sarà stato del tutto naturale ritornare alle immagini di Pane e libertà, il film di Alberto Negrin, Pierfrancesco Favino nei panni del sindacalista di Cerignola, Antonio Della Mura a indossare quelli del Di Vittorio bambino –. Riproponiamo qui quel passo e, insieme – è l’immediata prosecuzione del testo di Chilanti –, il ricordo delle ore rubate al sonno e dedicate al misterioso mondo dei libri, per chiudere con l’apertura sul domani: imparare dal Nord, fare come al Nord – beh, anche in questo il filo della storia in alcuni punti si è spezzato –, mettersi insieme, chiedere che venga rispettata “la tariffa”. Pane e libertà, insomma. Ieri come oggi. (G. Ri.)


La Puglia era allora tra le regioni del Mezzogiorno una delle più arretrate e infelici. Il lavoro dei campi si svolgeva in condizioni di semiservitù. Nessuno poteva immaginare che quel ragazzo di sette, otto anni avrebbe dato col suo lavoro e la sua lotta, nel vicino avvenire, un così poderoso contributo alla distruzione del feudalesimo nella immensa pianura del Tavoliere.
Giuseppe Di Vittorio conobbe il duro lavoro della zappa e della falce, lontano dalla sua casa e dalla sua mamma; conobbe il sole cocente sulla schiena, il dolore che la fatica lascia nei muscoli e nelle ossa; conobbe la squallida vita di tutti i braccianti nelle sperdute masserie. Spesso era impossibile tornare la sera alla propria casa e tutti i lavoratori erano costretti a trascorrere l’intera settimana sulla terra. Nel mezzo delle grandi proprietà feudali sorgeva allora una baracca di legno chiamata “la cafoneria” dove i braccianti si rifugiavano a sera già inoltrata, dopo quattordici ore di lavoro a consumare il solo pasto della giornata e a dormire sul pagliericcio buttato sulla nuda terra. La mattina mangiavano nei campi un po’ di pane ed erba o pane e cipolla; soltanto la sera nella cafoneria i braccianti trovavano qualcosa di caldo. In fondo al dormitorio vi era un grande camino fumoso e sopra il fuoco, attaccato al nero uncino, bolliva un pentolone pieno d’acqua. Era soltanto acqua, con un po’ di sale. Quando rientravano i braccianti preparavano nella loro ciotola chiamata in dialetto “cravatta” – un recipiente di terracotta senza smalto – il pane spezzato, poi in fila passavano a prendere la loro porzione di acqua salata che veniva versata sul pane. Il rappresentante del padrone alla fine versava da un fiasco munito di apposito misurino alcune gocce d’olio in ogni “cravatta” e quello era il pasto di ogni giorno. La minestra si chiama “acquasale”. In primavera, quando nei campi era possibile raccogliere radicchi o cicoria o altre erbe, nell’acqua i braccianti facevano bollire un po’ di verdura. Poi, sui pagliericci maleodoranti, veniva l’assalto delle pulci, delle cimici; era possibile dormire soltanto quando la stanchezza era più forte di quelle torture.
Così il ragazzo Giuseppe Di Vittorio cresceva sul grande latifondo, in quella vita aspra e selvaggia, al vento, al sole, alla pioggia. Ma nella sua vita c’era una segreta ricchezza che gli altri non possedevano: un amore ostinato e ardente per la lettura. Una sete insaziabile di sapere. Nel vasto ambiente della cafoneria il lumino ad olio non consentiva di leggere e Giuseppe Di Vittorio doveva procurarsi non soltanto i libri ma anche la candela per poter leggere durante la notte. Erano grandi le difficoltà che il ragazzo incontrava per risolvere questi problemi. Era molto difficile trovare i libri alla portata della sua misera borsa; il magro salario doveva servire alla vita della mamma e della sorella; e la candela che si consumava nel silenzio della cafoneria costava quasi quanto i libri. Erano libri acquistati a caso, romanzi e novelle o testi di scuola: talvolta testi difficili che il ragazzo non riusciva a capire e sui quali trascorreva lunghe ore a meditare. Spesso chiedeva al padrone lavori supplementari, faticava fino a notte inoltrata per poter fare quelle spese.
Ogni notte, in fondo alla cafoneria di una masseria pugliese, vi era dunque un ragazzo che leggeva, lui solo, in mezzo agli uomini sprofondati nel loro sonno pesante. Quella particolarità della sua vita suscitava interesse negli altri: alcuni lo deridevano anche, ché in quella grande ignoranza la lettura era considerata un lusso consentito soltanto ai padroni, altri si interessavano invece alle sue letture e gli dicevano: “Raccontaci quello che hai letto. Che cosa c’è scritto nel tuo libro?”. Spesso si formavano gruppi di braccianti ai quali Giuseppe Di Vittorio narrava le storie lette; era come raccontare favole che quegli uomini affaticati ascoltavano anche per lungo tempo. “Qualche volta – ricorda Di Vittorio – inventavo addirittura delle trame fantastiche perché poi mi lasciassero leggere in pace”.
La madre di Giuseppe Di Vittorio era analfabeta e anche lei riteneva che l’acquisto dei libri e della candela fosse un lusso o un inutile spreco di denaro. Così il ragazzo quando tornava in paese, la domenica, evitava di parlarle di quel suo segreto. La mamma lavava i panni alla fontana e spesso si faceva anticipare i dieci soldi del suo guadagno per poter mettere nel piatto la goccia d’olio. Una lunga tradizione le precludeva ogni possibilità di comprendere la sete di sapere di suo figlio. Poi venivano i lunghi mesi della disoccupazione e allora era la fame.
Una volta il ragazzo si ammalò di malaria con febbri altissime e fu costretto a interrompere il lavoro. Furono giorni assai tristi. Venne la convalescenza; Giuseppe Di Vittorio si era appena alzato dal letto quando la mamma gli disse: “Ora potresti cercarti un lavoro”. Era il grande bisogno che la costringeva a quella sollecitazione. Ed era accaduto un fatto grave: il bottegaio, all’angolo della strada, che vendeva il pane, la farina e il sale aveva tagliato i viveri che la donna da tempo acquistava a credito. Per più giorni il ragazzo malato non aveva mangiato che poco pane asciutto e “acquasale” come nella masseria. E appena rimesso in piedi e ancora vacillante per le febbri sofferte cominciò a recarsi sulla piazza del paese in attesa di un lavoro, come altri disoccupati facevano. In quella stagione le possibilità di impiego erano discontinue.
La mamma di Giuseppe Di Vittorio attendeva la sera il ritorno del figlio dalla piazza, seduta davanti alla soglia: quando lo vedeva giungere accigliato capiva che il giorno seguente non avrebbe lavorato e allora entrava nel tugurio a piangere. “In quelle condizioni di esistenza – racconta oggi Di Vittorio – si è formato in me il primo istintivo bisogno di giustizia, il primo sentimento di rivolta contro l’ingiustizia sociale. Vedevo la sofferenza della mamma e della sorellina; le vedevo coi pesanti involti di panni sul capo e curve alla fontana tutto il giorno; e con tutto questo non era possibile neppure sfamarsi”.
I mezzi di lotta dei lavoratori erano allora rudimentali e quasi inesistenti; erano sorte le prime leghe nel ’901 o ’902, quando Giuseppe Di Vittorio aveva dieci anni di età; e già il bimbo aveva assistito ai primitivi tumulti delle plebi prese alla gola dalla fame. Quelle primitive organizzazioni di lotta per la vita erano sorte per iniziativa dei braccianti che tornavano dal servizio militare, dalle città del Nord. “Là c’è la tariffa – dicevano –, i lavoratori sono uniti, fanno gli scioperi, chiedono l’orario di lavoro! Uniamoci anche noi”.


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