3 febbraio 2010


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Intervista a Pier Carlo Padoan, vicesegretario generale dell’Ocse


di Anna Avitabile
 “La recessione mondiale sembra uscire dal tunnel, ma non si tratta di una ripresa stabilizzata”: così denuncia The Economist. Comincia da qui la nostra intervista con Pier Carlo Padoan, vicesegretario generale dell’Ocse, cui chiediamo se è d’accordo con questo punto di vista.
 Nelle ultime settimane si sono manifestati vari segni di ripresa, nei mercati finanziari, nel grado di fiducia di consumatori e imprese e anche nella decelerazione della caduta della produzione dovuti soprattutto alla accumulazione di scorte. Ma siamo ancora lontani da una vera ripresa. Potremo dire di aver superato la crisi solo quando questa ripresa, che è soprattutto trainata dalla politica monetaria e fiscale, sarà una ripresa autonoma basata su decisioni di spesa da parte del settore privato. E questo difficilmente potrà avvenire prima del prossimo anno.

 Il Rapporto Ocse dedicato all’Italia (giugno 2009) osserva che la crisi colpisce questo paese sotto due profili, per la crisi del sistema creditizio e finanziario, anche se in misura inferiore ai paesi anglosassoni, e per la sua forte dipendenza dalla domanda estera. In che modo questi due aspetti interagiscono tra loro e quali possibilità abbiamo di riagganciare la ripresa mondiale quando la domanda estera inizierà risalire?
 La forte caduta del reddito in Italia nel 2009 dipende soprattutto dalla caduta delle esportazioni. Si tratta di un fenomeno analogo a quello che si verifica in Germania dove il prodotto interno ha subìto una caduta ancora maggiore. Non si sono verificati invece, in Italia shock nel sistema bancario e finanziario come nei paesi anglosassoni e in altri paesi europei. Bisogna augurarsi, però, che non ci siano effetti di ritorno, e cioè che la caduta della produzione industriale causata dalla caduta del commercio non porti al fallimento imprese industriali e che questo non si ripercuota negativamente sul settore bancario.

 Il Rapporto Ocse suggerisce al nostro paese una serie di politiche: migliorare l’efficacia della spesa pubblica corrente; controllare gli effetti di lungo termine della spesa pubblica sull’economia; aumentare l’efficienza dell’amministrazione pubblica, in particolare della giustizia; accrescere i meccanismi di concorrenza nell’area dei servizi privati e liberalizzare i servizi pubblici locali; accrescere le performance del sistema educativo e dell’istruzione. Quel che si vede, però, è che a metà 2009 la spesa pubblica corrente è andata fuori controllo, nessun serio intervento di stimolo o sostegno all’economia è stato avviato, sono stati limitati i poteri della Corte dei Conti, le riforme del sistema giudiziario sembrano andare da tutt’altra parte mentre la spesa per l’istruzione viene tagliata. Vista dal suo osservatorio, qual è la politica economica seguita dall’Italia?
 Le raccomandazioni Ocse (e di altri organismi internazionali) per l’Italia non sono cambiate rispetto al periodo precedente alla crisi. L’Italia deve risolvere numerosi problemi strutturali per poter accrescere il suo tasso di crescita del prodotto e della produttività che rimangono tra i più bassi d’Europa. I problemi che lei elenca nella domanda rappresentano altrettanti fattori di costo che si aggiungono a quelli tradizionali e indebolisconola capacita competitiva dell’Italia che rimane un sistema economico basato sulle esportazioni. L’Italia è fortemente limitata nella sua politica economica dal vincolo di bilancio pubblico e dal livello del debito che rimane altissimo. Rischia di trovarsi in un circolo vizioso dove la bassa crescita alimenta il rapporto debito/pil e l’alto debito non permette di fare le riforme che sostengono la crescita. È un problema vecchio che la crisi non fa che aggravare. Ma non tutte le riforme hanno un costo insostenibile. Inoltre per trovare le risorse si possono cambiare le priorità di finanza pubblica spostando la spesa da voci correnti a investimenti che aumentano la produttività come l’istruzione e la spesa per l’innovazione. Infine ci sono riforme che fanno risparmiare soldi come la riforma della pubblica amministrazione. Ma queste richiedono tempo e un forte investimento politico e sociale per dare effetti tangibili.

 Molti paesi Ocse stanno mettendo in atto strategie politiche anticrisi, con interventi importanti dello Stato nell’economia. Ciascuno segue una propria strada. Tutti però sono consapevoli del fatto che le politiche di sostegno alla domanda realizzate con deficit spending e interventi di stimolo fiscale possono essere realizzate solo temporaneamente, perché il sostegno all’economia e il conseguente deficit di bilancio non rappresentano una strada per raggiungere una crescita sostenibile, e pertanto s’intravvede già nei banchieri centrali, anche se forse non ancora nei ministri delle Finanze, la consapevolezza che sia necessario individuare una diversa exit strategy. Non le sembra che in Italia abbiamo raggiunto, paradossalmente, il risultato di avere la botte vuota prima che la moglie abbia iniziato a bere? Vale a dire che il paese si trovi ad avere un forte indebitamento pubblico prima ancora di aver messo in atto politiche di sostegno alla domanda? È questo lo stato di cose che il Rapporto Ocse chiama come “vincolo di bilancio”? E il provvedimento che va sotto il nome di “Scudo fiscale” è un modo corretto per imprimere stimolo fiscale all’economia?
 L’Italia è il paese tra quelli dell’area Ocse che ha meno utilizzato il bilancio con manovre espansive per fronteggiare la crisi. Questo in parte lo si capisce visto che lo “spazio” di manovra fiscale era in partenza molto limitato, contrariamente a molti altri paesi sia in Europa che altrove. In ogni caso per tutti i paesi dell’area Ocse nei prossimi anni si porranno seri problemi di sostenibilità fiscale, aggravati dal fatto che la recessione potrà abbassare anche significativamente il tasso di crescita di lungo periodo delle economie avanzate. Sulla questione dello scudo fiscale e di manovre simili va ricordato che negli ultimi mesi il quadro internazionale di lotta all’evasione è profondamente mutato. Grazie alla reazione politica alla crisi, in pochi mesi molti se non tutti i paesi che mantenevano il segreto bancario hanno deciso di riconoscere e adottare le raccomandazioni Ocse in materia di trasparenza fiscale e di scambio di informazioni. In pochi mesi sono stati annunciati trattati bilaterali per lo scambio di informazioni in un numero uguale a quello raggiunto nei precedenti quindici anni! Il segreto bancario è praticamente scomparso. Si tratta ora di fare buon uso del nuovo quadro di trasparenza fiscale che si è creato.

 Un’altra osservazione dell’Economist è che le politiche di contrasto alla crisi devono essere mirate a riequilibrare gli squilibri che si sono creati tra i paesi (ad esempio Cina e paesi ricchi come la Germania devono accrescere i loro consumi interni, altri come gli Stati Uniti devono consumare meno ed esportare di più), ma che questo riassestamento è destinato a creare nuovi squilibri all’interno dei singoli paesi. Per quanto riguarda l’Italia, è prevedibile una crescita degli squilibri territoriali tra Nord e Sud del paese, e della disuguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza fra classi sociali, a scapito del lavoro dipendente?
 Gli squilibri tra Nord e Sud d’Italia sono riconducibili solo in parte alle cause che stanno dietro gli squilibri dei pagamenti globali. Anche nel caso del Nord e Sud in Italia le cause di fondo sono ben precedenti a quelle portate dalla crisi. L’Italia cresce in media molto poco rispetto al resto dell’Europa e il Sud cresce meno del Nord, che in alcune regioni invece cresce in misura ragguardevole. Ciò riflette fattori di natura strutturale prima ancora che congiunturale. Si può ritenere che quando la recessione sarà finita il Nord sarà in migliori condizioni per approfittarne. Nel caso del Sud valgono a maggior ragione le considerazioni sulla necessità di una politica di riforme. Nel Sud il “costo di fare impresa” rimane molto più alto che nel resto del paese. Questo è un problema che solo fino a un certo punto si risolve con i trasferimenti di risorse. Occorrerebbe partire dalla riforma della scuola, della pubblica amministrazione e dal sistema di contrattazione salariale, che non può essere identico a quello del Nord.

 Dunque sembrerebbe, come lei ha scritto in un articolo su il Riformista, che l’Italia debba preoccuparsi, oltre che della crisi economica, anche di una crisi sociale. Può spiegare meglio questo punto?
 Anche quando saremo fuori dalla recessione e il reddito tornerà a crescere, la disoccupazione continuerà ad aumentare più o meno in tutta l’area Ocse. La disoccupazione strutturale potrebbe crescere significativamente e ciò comporterà un peggioramento della crescita. Secondo la valutazione dell’Ocse le misure di risposta alla crisi messe in campo dai governi non sono adeguate alla sfida posta dall’aumento della disoccupazione. L’Ocse raccomanda che ci siano misure di sostegno all’occupazione e al reddito nel breve periodo, per evitare un’uscita dal mercato del lavoro di flussi troppo grandi di lavoratori. E si raccomanda che nel medio periodo si dia corso a una riforma degli ammortizzatori sociali, nei paesi dove questi sono scarsi o inefficienti, senza ripetere gli errori degli anni Settanta e Ottanta e 80 quando per affrontare la disoccupazione si preferì ricorrere al prepensionamento e all’uso improprio della assistenza sanitaria. Ancora oggi molti paesi pagano le conseguenze di quelle scelte. La vera sfida è allungare, non accorciare, il tempo di permanenza nel mercato del lavoro.
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