4 febbraio 2010

Radiografia della crisi globale

di Fabio Sebastiani
Emiliano Brancaccio, ricercatore e docente di Economia politica presso l’Università delSannio, è tra gli organizzatori del convegno “La crisi globale. Contributi alla critica della
teoria e della politica economica”. L’iniziativa si terrà il 26 e il 27 gennaio prossimi presso la Facoltà di Economia della Università di Siena, e vedrà la partecipazione di alcuni tra i
principali esponenti delle scuole di pensiero economico critico 


 Abbiamo rivolto a Brancaccio alcune domande sulla crisi economica in corso e sulle motivazioni di questo convegno.
Gli economisti “liberisti” sono stati messi sotto accusa perché non hanno saputo prevedere la crisi. Al contrario, nel corso del convegno mostrerete che diversi esponenti dei filoni di pensiero critico avevano accuratamente anticipato i tratti salienti della crisi che è esplosa nel 2008. In ambito politico però continua a mancare una lettura convincente, da sinistra, della crisi e dei suoi sbocchi.
Il fatto è che anche gli eredi del movimento operaio sono stati colti di sorpresa dalla grande crisi, forse più degli altri. Che fossero democratici, socialisti, talvolta persino comunisti, i
discendenti del movimento dei lavoratori si erano ormai convinti che il regime globale di accumulazione finanziaria fosse in buona sostanza stabile, e che ci si dovesse quindi adeguare ad esso. Per questo si erano abituati a fare quasi soltanto due cose: o cavalcare la tigre della finanza oppure rivendicare le briciole che la tigre ogni tanto concedeva. Essi cioè da tempo avevano messo in soffitta le armi della critica al meccanismo di riproduzione del capitale.


E adesso che quel regime è entrato in crisi?
A volte la sensazione è che non si sappia fare altro che guardare a Wall Street, augurandosi che un nuovo boom dei titoli faccia ripartire la domanda e tiri fuori il mondo intero dalla crisi.
Ma questo significa affidarsi ancora una volta a un regime di accumulazione instabile, che genera sprechi di risorse, disoccupazione e che produce immani disastri sociali e ambientali.
E’ l’ennesima prova della desertificazione teorico-politica avvenuta in questi anni. Tutti si rendono conto che bisognerebbe pensare a un’alternativa, ma non si sa da dove cominciare
per costruirla.


Dal convegno uscirà qualche punto di riferimento, qualche “ricetta”?
Non credo che gli economisti che parteciperanno al convegno coltivino l’inconcludente pretesa di fornire pronte ricette per la cucina dell’avvenire. Piuttosto essi forniranno un
contributo affinché l’iniziativa politica possa nuovamente fondarsi su delle solide basi di conoscenza materiale del capitalismo finanziario contemporaneo, della sua potenza ma anche
della sua estrema fragilità riproduttiva. A questo scopo, alcuni tra i principali esponenti delle scuole di pensiero eterodosse presenteranno le loro più recenti analisi della crisi. Le relazioni ribalteranno gli attuali luoghi comuni sulle cause della recessione e sulle politiche per contrastarla. Ad esempio, nel corso del convegno vedremo che questa non può essere
semplicemente considerata una crisi derivante da una finanza senza regole, visto che la cancellazione delle regole si è resa necessaria proprio per dare nuovo ossigeno a un regime di
accumulazione che era già da tempo in affanno. Inoltre, cercheremo di capire su quali basi le forze sociali prevalenti tenteranno nel prossimo futuro di rimettere in moto il meccanismo di accumulazione del capitale. Purtroppo vedremo che in molti paesi sono già in atto dei tentativi per risollevare i profitti tramite ulteriori attacchi ai diritti e alle condizioni del lavoro. L’Italia non fa eccezione: non a caso si parla di nuove restrizioni alla spesa previdenziale, nonostante il fatto che le pensioni future siano già a livelli vergognosamente bassi.


Ma il sistema può mai risollevarsi tramite l’ennesimo “sacrificio” dei lavoratori? Le politiche contro il lavoro non sono state anch’esse una causa della crisi?
Un regime di accumulazione che si fondi sulla crescita dei valori azionari e del debito privato da un lato, e sull’attacco al lavoro dall’altro, presenta una evidente aporia interna. Ma per
trasformare una contraddizione logica in una contraddizione sociale occorre un attore organizzato in grado di indicare alternative politiche credibili, ossia basate su una conoscenza
profonda della meccanica del sistema. A questo proposito, nel corso del convegno alcuni contributi mostreranno quanti vizi ideologici siano insiti nella decantata “efficienza” dei
prezzi capitalistici. E qualcuno si soffermerà sulla esigenza logico-politica di aprire un dibattito sulla modernità della “pianificazione” pubblica del lavoro, ai fini della produzione di
beni collettivi. Sembrano parole troppo ambiziose, eppure fino a trent’anni fa esse facevano parte del linguaggio politico e circolavano persino sulle prime pagine del New York Times. La
verità è che si tratta oggi ancor più di ieri di riferimenti imprescindibili soprattutto per il lavoro e per le sue rappresentanze, se si vuole realmente provare a costruire una rinnovata e solida cultura dell’alternativa.


Al convegno parteciperanno studiosi appartenenti a svariate scuole di pensiero eterodosso. Qual è il ruolo di Marx nell’attuale dibattito di teoria economica alternativa?
L’iniziativa di Siena nasce dall’intento di stimolare una discussione aperta, a più voci, senza una partitura preconfezionata. Le relazioni saranno tenute da economisti marxisti, kaleckiani,sraffiani, postkeynesiani, istituzionalisti eterodossi, ma anche più in generale da studiosi insoddisfatti delle interpretazioni della realtà sociale che derivano dalla teoria neoclassica dominante. Naturalmente, tra gli ospiti del convegno molti attribuiscono un ruolo cruciale al recupero e all’aggiornamento del materialismo storico e quindi rincipalmente di Marx. In effetti Marx è assolutamente “di moda” tra i ricercatori, viene riletto nei circoli della grande finanza, riconquista persino la copertina di Time magazine. Bisogna tuttavia sperare che torni a diventare soprattutto patrimonio del movimento dei lavoratori. Se Marx “torna a casa” è un buon segno.
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