2 gennaio 2010

un punto di vista «forte» sulla crisi economica.



di  De Cecco, Marcello 

      intervista a cura di Cosma Orsi,
    
      Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso un confronto con la crisi del '29? 

      Ha sempre senso confrontare quel che accade nella economia del mondo nella fase attuale con quel che è accaduto in precedenza. E lo facciamo sempre, per definizione, con gli occhi del presente, come diceva Croce. Riandando, ad esempio, alla grande crisi, oggi notiamo, assai più dei contemporanei, che il 1929 fu preceduto da un decennio di prezzi stabili, ma di prezzi relativi che, come nella fase attuale, avevano visto l'aumento enorme dei valori dei beni immobili e di quelli patrimoniali. Si era avuta, come notò a suo tempo Sylos Labini, una inflazione senza inflazione, che aveva anche allora favorito i rentiers contro i percettori di salari. Quindi, qualche somiglianza esiste, tra il presente e il tempo della grande crisi. Anche l'additare da parte dei politici e della stampa i grandi finanzieri alla pubblica opinione come i veri responsabili è un elemento comune.
      Oggi, tuttavia, la lezione keynesiana è ritornata molto velocemente di moda in tutti gli ambienti, anche i più neoclassici. La velocità con la quale economisti e uomini di governo, e anche la stampa che fa loro da eco senza ragionare in proprio, hanno voltato gabbana è veramente impressionante. Naturalmente, se la situazione si raddrizza, torneranno all' antico, a predicare le loro pseudo leggi economiche, quando sarà opportuno farlo di nuovo. Di «giapponesi» che si sono legati all'affusto dei loro cannoni invece di fuggire, ne conto veramente pochi. La coerenza come virtù è in grande ribasso. Probabilmente è un bene, ma personalemente trovo abbastanza squallido questo girare assieme al vento anche se, dopo un cinquantennio di vita professionale, dovrei essere abituato vederlo ciclicamente accadere.

      Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della storia dell'analisi economica - e della storia in generale? 
      Non è corretto porre il problema come derivante dalla «predilezione degli economisti mainstream per la formalizzazione matematica». Il guaio è solo che costoro, per motivi che sarebbe troppo lungo esaminare in dettaglio, si sono procurati la formazione matematica sbagliata. Quella, tanto per capirsi, che era più facile apprendere e più agevole usare. Esistono strumenti matematici che permettono di modellare o per lo meno studiare anche i fenomeni turbolenti, quelli caotici, le variabili che non si comportano bene, cioè in maniera regolare. Solo che sono assai più difficili da padroneggiare e da usare e far usare come routine a gente di non eccelsa mente.
      Il modello in uso presso gli economisti mainstream ha il vantaggio di essere facilmente apprendibile da una vasta platea di studenti, non tutti di livello superiore. Quindi si ricorre, per trasmetterlo, ad una sua versione che Federico Caffè mirabilmente definì «marionettistica» parecchi decenni prima che gli studenti francesi la chiamassero «autistica».
      Francamente, poichè credo che gli economisti abbiano avuto assai scarso impatto sulle cose del mondo, in questa come in altre occasioni, li paragono alla mosca cocchiera di Fedro, pronta a esclamare «aremus». La cosa sgradevole è che la mosca cocchiera resta al suo posto anche quando l'aratore cambia metodo o addirittura c'è un nuovo aratore. Si adatta, la mosca, e resta a mettere insieme , come faceva prima, «quattro paghe per il lesso», per citare Carducci, un signore ignoto alla gran parte dei giovani di oggi. Ma non per questo la mosca diviene meno irrilevante.

      Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mina le basi stesse della democrazia economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in là? 
      Non sono autorevole, e anche meno lo ero quando cominciai a scrivere proprio su questo argomento. I miei primi due articoli sulla responsabilità dei movimenti a breve di capitale nello smantellare il sistema di Bretton Woods sono del 1975 e del 1977. Entrambi facilmente leggibili su riviste inglesi. Mi cito, non solo perché, da buon accademico, ci tengo a far vedere di avere avuto naso in tempi non sospetti, ma anche perchè in quegli articoli non solo sottolineavo quanta importanza Keynes e White avessero dato, a Bretton Woods, al controllo dei movimenti di capitale, ma anche cercavo di individuare chi avesse voluto, assai prima del 1971, abolire anche quei pochi controlli che i due padri di Bretton Woods erano riusciti a far entrare nell'«Accordo finale» del 1944.
      I nemici dei controlli sono quelli che imperversano anche oggi: quelli che dal libero movimento traggono enormi guadagni, le grandi banche internazionali. Allora erano essenzialmente le grandi banche di New York. Poi, dopo la quadruplicazione del prezzo del petrolio nel 1973 e l'arricchimento di alcuni principi arabi incapaci di spendere tutti i soldi che gli erano arrivati, furono anche la grandi banche inglesi e anche qualcuna francese e svizzera, ad associarsi ai demolitori dei controlli.
      Oggi e negli ultimi vent'anni, sono state essenzialmente le grandi banche di investimento anglo-americane a demolire tutte le leggi e i regolamenti che impedivano loro di fare i propri comodi senza controllo alcuno. Lo hanno fatto con Carter e Reagan, con Bush padre e figlio, ma anche con Clinton. Quest'ultimo, insieme alla sua squadra di governo e di consulenza, è uno dei maggiori responsabili della gravità con la quale questa crisi ha potuto manifestarsi, aggravarsi e trasmettersi alla intera economia reale del mondo.
      Putroppo, di quella squadra di consiglieri economici clintoniani, quasi tutti sono tornati a Washington insieme a Obama e hanno nuovamente operato affinchè i responsabili della crisi, invece di essere puniti, riuscissero ad arricchirsi anche nella fase dei salvataggi bancari. Alcuni di costoro sono distinti economisti, estremamente versati nel mettere le vele al vento anche dal punto di vista teorico.
      Questa è una differenza tra i tempi di Roosevelt e l'oggi. Negli anni Trenta, la squadra di governo cambiò e i colpevoli del disastri furono puniti. Oggi, al contrario, essi restano imperturbabili a far soldi, perchè non esistono più poteri alternativi, come quello sindacale e quello della grande industria fordista, sui quali Roosevelt potè contare. La lobby, con l'eccezione dei fabbricanti d'armi e di prodotti farmaceutici e sanitari, è una sola e foraggia tutta la classe politica, a prescindere dalla affiliazione partitica.

      Molti studiosi ritengono che la soluzione della crisi non possa avvenire che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche economiche alternative tanto al «Washington Consensus», quanto al capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto economico-politico mondiale l'Europa (con il sud del mondo) venga confinata ad una posizione marginale? 
      Che quella presente è una crisi sistemica lo prova proprio il prepotente ritorno sulla scena delle economie orientali, Cina in primo luogo, ma anche India, Corea. Dico ritorno perchè - lo ripeto spesso - un grande storico, Alan Milward, affermò parecchi anni fa che il predominio industriale mondiale dell'Occidente, sarebbe apparso, agli storici di domani, come una parentesi di due o tre secoli in una storia che vede il primato produttivo e anche scientifico dell'Oriente come una costante plurimillenaria. Oggi questo è già accaduto e continuerà ad accadere. Sarà bene che noi occidentali cominciamo a rendercene conto. Qualcuno lo ha già fatto. Sono le grandi multinazionali americane e tedesche, che operano da protagoniste in Cina da anni, fornendo a quel paese i capitali, i beni di investimento e le tecnologie che gli hanno permesso di metttersi su un sentiero (meglio sarebbe dire, una autostrada) di sviluppo rapido e resistente alle scosse della congiuntura mondiale.
      Di duopolio cino-americano non mi pare il caso di parlare. È stato Gorbachov ad affermare di recente che quel che è accaduto alla Unione Sovietica sta accadendo anche agli Stati Uniti.
      Quanto all'Europa, se riuscirà a mettersi di nuovo sulla via della seta, come seppero fare gli italiani nel medioevo, riuscirà ancora una volta a costruire le cattedrali e il Rinascimento. Ma deve farlo con la massima decisione, realizzando una più stretta integrazione federale, e provando ad associare al proprio modello anche la Russia, oltre agli ex satelliti dell'Urss che già le gravitano attorno. Nella sola intervista al manifesto che ricordo di aver dato, quasi quarant'anni fa, discussi con Valentino Parlato proprio di questo tema, che ora è divenuto in parte realtà, per la parte cinese, ma non ancora riesce a realizzarsi, per la parte russa.

      L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione), bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi. Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda, è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli accettabili di disoccupazione? 
      Sulla finanza come unica lobby ho già detto.Quanto all'intervento dal lato della domanda, esso sta avendo luogo, ma non in Europa, bensì in Cina, India, Brasile, etc. Noi forniamo merci e servizi, comprimendo i costi, cioè riducendo i salari e i redditi fissi. È il destino dell'Europa, di non riuscire a essere padrona del proprio futuro economico. Questo può cambiare solo se la Russia, che ha bisogno di una vera e propria rivoluzione economica e che ha le dimensioni territoriali e le materie prime, sarà stabilmente associata come parte dell'Europa e non continuerà, come disse Mazzini, a comparire e scomparire dalla storia d'Europa.

      Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno sopportare, a fronte delle forme e delle dimensioni dell'indebitamento a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far naufragare l'economia mondiale? 
      Se torniamo a crescere stabilmente, il debito pubblico può tornare rapidamente a pesare assai meno sul Pil di quanto sia giunto a fare oggi. Ma la crescita rapida e stabile deve avvenire preferibilmente su un sentiero di sviluppo meno stupidamente scimmiottante quel che di peggio accade negli Usa, favorendo cioè quelli che sono beni e servizi europei, la sicurezza sociale, la cultura e la ricerca pubbliche e non scioccamente privatizzate, i trasporti alternativi a quelli inventati per un paese enorme come sono gli Stati Uniti, lo sfruttamento di fonti energetiche tradizionali, come il carbone e il petrolio, in maniera non tradizionale, di nuovo non correndo dietro a folli avventure tecnologiche americane, del tutto prive di futuro, ma sviluppando la ricerca europea, che in questo settore ha un passato illustre e ora misconosciuto. Ma dobbiamo fare l'Europa dei popoli e non quella dei governi, il contrario quindi di quel che si è appena fatto a Lisbona.  

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