16 novembre 2010

Approfondimento dal Mondo del Lavoro


ex -nuova siet . allo scandalo della sentenza , va seguito lo scandalo della
mancata presentazione della sentenza a 11 mesi dalla sua emissione

l'on.lazazzera ha avuto il merito in questi giorni di sollevare in
parlamento con una interrogazione parlamentare a risposta scritta al
Ministro della giustizia e al Ministro del lavoro la questione della
sentenza per la vicenda ex-nuova siet-ILVA da parte della corte d'appello,
che richiamiamo con l'allegata interrogazione parlamentare
siamo di fronte a uno scandalo, la sentenza emessa dal giudice Marsano l'11
dicembre 2009, con dichiarazione di suo deposito entro 90 giorni, a tutt'oggi
16 novembre 2010 non è stata ancora depositato, impedendo quindi che sia la
Procura, sia le parti impegnate , i lavoratori ex-nuova siet, sia lo slai
cobas taranto parte civile in questo processo, possano conoscere le ragioni
di una sentenza che ha rovesciato il verdetto di primo grado questo mancato deposito va considerato ancora più grave se si pensi che così si va a una certa prescrizione e intanto il giudice marsano è andato in pensione..
dato che si tratta di una vicenda che in primo grado aveva portato a una
forte condanna per Riva padre e figlio, e che vede interessati 300
lavoratori è ragionevole pensare che in questa storia ci sia qualcosa di
veramente discutibile

interrogazione parlamentare

Atto a cui si riferisce:
C.4/09398 inistro della giustizia, al Ministro del lavoro e delle politiche
sociali. - Per sapere - premesso che:l'acciaieria Nuova Siet, ex consociata
dell'Ilva, ha operato per anni nello stabilimento...


ZAZZERA. - Al Ministro della giustizia, al Ministro del lavoro e delle
politiche sociali. - Per sapere - premesso che:
l'acciaieria Nuova Siet, ex consociata dell'Ilva, ha operato per anni nello
stabilimento siderurgico tarantino;
sin dal 1971, i lavoratori dell'azienda si sono occupati degli appalti per i
trasporti, del trattamento delle scorie liquide, loppe, minerali, calcari,
materiali ferrosi, dimostrando grandi capacità tecniche ed organizzative.
L'azienda arrivò ad occupare circa 600 dipendenti con alta specializzazione
nei trasporti collegati al ciclo integrato per la produzione dell'acciaio e
derivati;
alla fine degli anni '90 tuttavia l'Ilva, guidata dalla famiglia Riva,
decise di non rinnovare la commessa e di disdire tutti gli appalti con la
Nuova Siet, costringendola a cedere tutti i beni aziendali. Dunque l'Ilva
assorbì le attività svolte dalla consociata e mise in mobilità tutto il
personale;
ai lavoratori fu poi proposto di rientrare in azienda sulla base di un nuovo
contratto. Molti accettarono, costretti dalla morsa della disoccupazione. In
tal modo l'Ilva attinse ai benefici contributivi per il personale in
mobilità;
conseguentemente i lavoratori tornarono a svolgere la medesima attività, con
gli stessi mezzi e procedure, ma non alle stesse condizioni. Infatti risulta
che i nuovi contratti non riconoscevano le anzianità né quanto maturato in
anni e anni di lavoro dai dipendenti, che peraltro subirono decurtazioni
salariali (circa un milione di lire gli operai e due milioni gli impiegati).
Tutto ciò in violazione di ogni accordo sindacale;
grazie all'esposto depositato da Slai Cobas, la vicenda fu oggetto di una
approfondita indagine da parte della procura di Taranto, che ascoltò i
lavoratori, l'ufficio provinciale del lavoro e sequestrò molta
documentazione, tra cui un accordo transattivo, che a quanto risulta,
sarebbe stato fatto firmare in bianco. Sia le famiglie dei lavoratori che
l'INPS si costituirono parte civile per i danni subiti;
la magistratura accertò l'ipotesi del ricatto e la violazione dei princìpi
sul trasferimento di azienda. Secondo quanto rilevato dal pubblico ministero
l'azienda avrebbe agito con animo speculativo, e sarebbe incorsa nei reati
di estorsione e di tentata estorsione ai danni dei lavoratori che si
sarebbero rifiutati di sottoscrivere il nuovo contratto;
il 20 settembre 2007 il giudice di primo grado ha emesso la sentenza di
condanna a carico degli imputati. Il presidente Emilio Riva, il figlio
Claudio e il capo del personale dell'acciaieria, Italo Biagiotti, sono stati
condannati a quattro anni di reclusione per truffa ai danni dell'INPS ed estorsione, mentre il
rappresentante della Nuova Siet, Giovanni Perona, è stato condannato ad un
anno e due mesi per truffa; secondo la magistratura l'Ilva avrebbe internalizzato illegalmente l'azienda e avrebbe violato le leggi che tutelano i lavoratori; i Riva, Italo Biagiotti e Giovanni Perona hanno proposto appello e l'11 dicembre 2009 la Corte ha emesso la sentenza, riservandosi di depositare le motivazioni nel termine di 90 giorni. Il dispositivo tuttavia, ribaltando completamente l'esito del processo di primo grado, assolve gli imputati
perché «il fatto non sussiste»;
l'esito del processo di secondo grado certamente lascia stupiti, e nega ai
lavoratori e alle famiglie il riconoscimento dei danni subiti. Inoltre
risulta che non siano ancora state depositate le motivazioni, nonostante il
termine fissato dal presidente della Corte -:
se i Ministri siano a conoscenza dei fatti descritti in premessa;
se e quali iniziative di competenza intendano assumere al fine di evitare
che il ritardo delle motivazioni possa pregiudicare eventuali azioni di
impugnativa da parte dei lavoratori.
(4-09398)