26 agosto 2014

Non è questione di "gufi", ma solo di legge economica


Le ultime rilevazioni dell'Istat segnalano che a luglio in dieci città italiane i prezzi sono calati rispetto a un anno prima. Nell'intera Eurozona i prezzi sono calati dello 0,7% rispetto al mese precedente. A prima vista potrebbe sembrare una cosa buona è giusta. Ma le leggi dell’economia sono strambe, secondo le aspettative dei consumatori e lavoratori. Secondo una logica sana la diminuzione dei prezzi dovrebbe essere il risultato della libera concorrenza, della liberalizzazione di alcuni settori o dell'adozione di tecnologie che riducono i costi di produzione, così ce la raccontano. Non sempre è così anzi quasi mai.
I prezzi questa volta calano perché vi è  riduzione dei consumi e quindi contrazione della crescita. Il che non è venuto per opera e virtù dello Spirito Santo. Ma per volontà e per opera degli uomini, pochi ma potenti e decisivi . Per uscire dalla crisi hanno imposto agli Stati di sanare i debiti pubblici attraverso l’austerity , aumentare il prelievo fiscale, diminuire il Welfare e quindi le spese statali , privatizzando e facendo pagare privatamente ai cittadini gli stessi servizi sociali e quindi di conseguenza scarsezza di capacità di spesa.
Innescando così una spirale negativa in cui il crollo dei consumi induce le aziende ad abbassare i prezzi dei loro prodotti e dei loro servizi per cercare di venderli. Ma alla fine i consumatori sono frenati soprattutto per mancanza di capacità di spesa e non acquistano i prodotti, anche se a prezzi più bassi. Sono indotti al risparmio per acquistare beni di primissima necessità, diminuendo all’osso i consumi. I ceti medi e medio bassi , quelli che hanno ancora una certa capacità si spesa  sono indotti, invece, sia dal pessimismo sia nell'attesa che i prezzi continuino a scendere
sia aspettando una crescita dei loro potere d’acquisto,
I dati macroeconomici rivelano che nel secondo trimestre 2014 l'economia di Eurozona è rimasto invariato rispetto al trimestre precedente, a causa proprio della flessione dei consumi e degli investimenti. Non solo in Italia che ha registrato un  -0,2% del Pil, ma anche la Francia ha segnato un trimestre di crescita zero mentre la Germania ha visto il Pil calare dello 0,2%. E alla mancanza di potere di acquisto si aggiunge anche  il recente crollo della fiducia degli investitori tedeschi. Chi mai penserebbe di investire e di produrre beni e servizi se vi è una costante e progressiva diminuzione di capacità di spesa? Chi comprerebbe i propri prodotti.?

In questo quadro gli investitori puntano su porti più sicuri , investendo là dove il tasso di profitto , o meglio di rendita, è più alto. Di qui la rincorsa agli investimenti in titoli, sia ad alto rischio , sia quelli cosi detti “monnezza”. Infatti questo mercato non ha mai smesso di crescere nonostante che qualcuno dia la colpa della crisi proprio a questo tipo di investimenti. Gli investimenti vanno là dove li porta il profitto. Ad alta remunerazione e a basso rischio ( possibilmente)
E d'altra parte, anche se i tassi d'interesse si riducono allo zero (come successo in Giappone negli anni 2000 e come è ora in Europa), l'aumento del potere d'acquisto permette di rivalutare il proprio reddito solo tenendo fermi i soldi sul conto in banca o paradossalmente sotto il materasso.
Ma se non c’è lavoro , se il rischio alla disoccupazione è dietro l’angolo, cosi come quello del fallimento, come può un “normale” banchiere incrementare il credito a famiglie ed imprese sapendo che la percentuale di rischio ( ritorno del credito) è alto? Non è solo questione di banchieri “criminali” o “malamente”
Ma la flessione dei prezzi , per gli imprenditori che sono costretti a produrre per mantenere in piedi la loro attività riducono i margini di guadagno delle imprese che vedono quindi contrarsi i profitti e di conseguenza la propensione a investimenti più rischiosi come quelli per l'innovazione e il rinnovamento dei prodotti. Riducendo contemporaneamente anche la produttività ( quantità di merce prodotta , per unità di tempo) e di conseguenza rischiano di essere meno competitivi e perdere quote di mercato.

Quindi le aziende devono tagliare i costi e quindi costretti a ridurre la manodopera, licenziare. Le imprese cercheranno anche di contenere la dinamica salariale, riducendo laddove possibile gli stipendi. In Italia il tasso di disoccupazione è al 12,6%, ma balza al 43% tra i giovani sotto i 24 anni. La flessibilità quindi o meglio la precarietà , in un siffatto quadro è d’obbligo. Non per essere liberi di licenziare o assumere ( anche) , ma per abbassare diritti e potere contrattuale dei lavoratori, pagare meno il costo del lavoro ( anche se in Italia è uno dei più bassi in Europa considerando anche molti paesi dell’ex Est)

Ci stiamo avvicinando sempre più all’orizzonte degli eventi oltrepassato il quale niente e nessuno ci potrà salvare dal precipitare nel buco nero .

Il rallentamento dell'economia e il contesto dato porterà e porta ( leggi i dati trimestrali della Banca d’Italia sulle entrate fiscali) a una diminuzione delle entrate fiscali anche in presenza di una percentuale fra la più alta in Europa. Il 43% ufficialmente, ma oltra il 50 per quelli che effettivamente le pagano) e che quindi il debito pubblico tenderà a risalire ( e infatti in Italia non ha mai smesso di salire) accelerando quella spirale recessiva , il gorgo che ci risucchierà nella spirale senza uscita.

Ora se questo è il quadro chi può pensare che qualche percentuale in meno , un po’ più di flessibilità rispetto al 3%, potrà liberarci dall’abbraccio mortale nel quale ci hanno avvinghiati? E delle riforme istituzionali non ne parlo nemmeno tanto ridicola è la questione

I lacci e laccioli di cui  tanto cianciavano gli economisti embedded , i liberisti, neo o post o ante litteram, il meno Stato è più mercato ci ha portato ad avvicinarci troppo all’orizzonte degli eventi. Ora si tratta di liberarci dei nuovi lacci e laccioli con cui ci hanno legati, di più Stato , ma diverso, e meno mercato.